Incubo Cina sui mercati, minacciata anche la crescita dell’Italia

Pubblicato il 22 agosto 2015 da redazione

Incubo Cina

Incubo Cina

MILANO. – Il segnale più forte del fatto che i timori si stanno trasformando in panico è arrivato dalla chiusura della borsa di New York, dove venerdì l’indice Dow Jones è sceso del 3,1%, portando al 10% il calo dai massimi di maggio ed entrando in una fase di correzione. Anche la borsa americana, nonostante la forza della sua economia, è spaventata per gli effetti che potrà avere sul resto del mondo il rallentamento della Cina e dei Paesi emergenti, alcuni dei quali – come la Russia e il Brasile – già in recessione.

“Nei prossimi mesi si registrerà una frenata della crescita globale” conferma Giacomo Vaciago, presidente di Ref Ricerche, uno degli istituti di supporto all’Ufficio parlamentare di bilancio, l’organismo che deve validare le proiezioni del governo. E il contraccolpo si potrebbe sentire anche in Italia, sul cui pil, atteso dal governo in crescita dell’1,4% nel 2016, arrivano le prime revisioni al ribasso, come quella di Prometeia (da +1,6% a +1,3%) o di Moody’s, secondo cui la crescita si fermerà all’1%. “Una stima a mio parere – dice il professore – già ottimistica”.

Una frenata dell’Italia complicherebbe il piano di tagli fiscali a cui lavora il governo Renzi, da finanziare anche con il miglioramento del rapporto deficit-Pil. “Mi aspetto che a settembre tutti quelli che fanno previsioni per l’ufficio legislativo del bilancio rivedano la crescita 2016”, afferma Vaciago, secondo la situazione dovrebbe finalmente spingere l’Ue ad adottare politiche di crescita e di investimento. “Non vedo ripercussioni negative immediate. La situazione potrebbe avviare una riflessione sulla politica comune che l’Europa dovrebbe avere in situazioni del genere” afferma Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia, auspicando che “la flessibilità diventi il sistema che regge le economie dei singoli paesi”.

Dalla decisione di svalutare lo yuan, le borse mondiali hanno bruciato 3.300 miliardi di dollari di capitalizzazione. La mossa della People’s Bank of China ha alimentato i timori sul reale stato dell’economia cinese, reduce da una serie di dati – dall’export agli indici pmi – che confermano come il motore della locomotiva asiatica stia perdendo colpi. “E’ del tutto prematuro parlare di crisi della Cina”, visto che il Paese “continua a crescere” e una frenata “è del tutto fisiologica”, ha detto Carlo Cottarelli, direttore esecutivo dell’Fmi.

Quanto al tema dello yuan, che l’Fmi discuterà “nei prossimi mesi”, Cottarelli rileva che “le politiche monetarie cinesi sono state molto espansive negli ultimi anni e un aggiustamento ci deve essere”. Se gli effetti della Cina sull’economia reale mondiale sono ancora da misurare, sui mercati finanziari si contano già i ‘caduti’. Molti listini dei Paesi emergenti – da Taiwan all’Indonesia, dal Brasile a Hong Kong – sono entrati in una fase di ‘bear market’, mentre altri, come la Turchia, sono a un passo dall’ ‘orso’. Anche in Europa, dove le dimissioni di Tsipras hanno riacceso i riflettori sulla Grecia, l’indice Dj Stoxx 600 è sotto del 13% dai massimi di aprile e molte borse sono in correzione tecnica.

Il crollo del petrolio, sceso sotto i 40 dollari per la prima volta dal 2009, e delle materie prime, stanno mettendo sotto pressione le economie emergenti, i cui destini sono legati alle ricchezze del sottosuolo. E così crollano le valute, dal ringgit malese al rublo russo, dal peso messicano al baht indonesiano. Mentre i capitali esteri, arrivati in massa con la liquidità pompata in questi anni da Fed, Bank of Japan e Bce, vengono rimpatriati, complicando la situazione. A rendere tutto ancora più incerto contribuisce l’indecisione della Fed sui tassi: l’abbozzo di una ‘svalutazione competitiva’ avviata da Pechino ha reso infatti più incerto l’ormai probabile rialzo dei tassi Usa a settembre.

(di Paolo Algisi/ANSA)

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