Stato di emergenza nel Táchira. In picchiata il prezzo del petrolio 

Pubblicato il 25 agosto 2015 da redazione

Colombiani nella frontiera venezuelana in attesa di essere deportati

Colombiani nella frontiera venezuelana in attesa di essere deportati

Silenziosa, continua, inarrestabile. Ecco, tale è stata, ed è, la migrazione colombiana verso il Venezuela. Almeno, così lo è per il presidente della Repubblica, Nicolàs Maduro che ne ha denunciato la “quasi” invasione. Un’emigrazione, ha detto risaltandone gli aspetti negativi e dimenticando l’enorme ricchezza che rappresenta in termini di lavoro e d’interscambio culturale, che crea problemi a un Paese, il Venezuela, in crisi. E così ha snocciolato alcune cifre; numeri freddi che contrastano con la quotidianità che si mostra nuda ai nostri occhi perché vissuta in prima persona o perché raccontata da amici e conoscenti; numeri che fanno a pugni con la razionalità stessa delle migrazioni, un fenomeno che vede famiglie intere lasciare la Madrepatria per recarsi laddove vi sono lavoro e la speranza di una migliore qualità di vita, qualità di vita che oggi, a differenza di ieri, il Venezuela non può offrire. E non la offre neanche a quei colombiani che, radicati nelle aree rurali, vivono nell’indigenza e fuggono dalla violenza che regna nelle zone controllate dalla guerriglia o dai paramilitari.

Il capo dello Stato, dal “Puesto de Comando Presidencial” e a reti unificate, ha sottolineato che in 9 anni sono emigrati legalmente in Venezuela 800mila colombiani. Questo numero, ha detto, potrebbe duplicarsi se si prendesse in considerazione anche l’enorme massa di colombiani emigrati illegalmen- te. Ha poi comparato il fenomeno dell’emigrazione extra-comunitaria in Europa con quella colombiana in Venezuela. E ha precisato che lo scorso anno, nel Vecchio Continente, sono emigrati 160mila africani. In Venezuela, sempre nel 2014, sarebbero emigrati 144mila cittadini colombiani. Dall’inizio dell’anno ad oggi, sempre stando a quanto reso noto dal capo dello Stato, avrebbero varcato la frontiera venezuelana 121mila colombiani. Questa cifra, pronunciata dal presidente Maduro
con preoccupazione e comprensibile allarme, è stata indirettamente smentita da un’indagine giornali- stica di Efe puntellata con i numeri offerti dall’ufficio di migrazione colombiano. Le autorità migratorie del vicino Paese, documenti in mano, avrebbero precisato che dall’inizio dell’anno ad oggi sarebbero entrati in Venezuela con permesso di turista 315mila cittadini colombiani. Di questi, sarebbero tornati in Patria 307mila restando, quindi, nel nostro Paese, per vari motivi, solo otto mila. Nel suo intervento, il presidente della Repubblica, Nicolàs Maduro, ha posto l’accento sulle caratteristiche principali dell’emigrazione colombiana. E ha spiegato che si tratta di un flusso di persone senza educazione e senza denaro che fugge dalla guerra che si combatte in Colombia per trovare conforto nel Venezuela socialista e nei molteplici benefici sociali che offre il nostro Paese.

Le dichiarazioni del capo dello Stato hanno sollevato l’immediata pro- testa di Provea, l’Ong venezuelana molto attiva nell’ambito dei Diritti Umani. Provea ha accusato il capo dello Stato di promuovere senti- menti xenofobi. E, in un tweet, ha rilevato che “gli arresti arbitrari e la deportazione di cittadini colombiani in possesso di documenti regolari sono stati una costante” negli ultimi mesi. Anche il governo del presidente Santos è intervenuto ufficialmente attraverso un comuni- cato nel quale si esortano le autorità venezuelane a rispettare i Diritti Umani dei cittadini colombiani e si chiede che, nel caso dei cittadini soggetti a provvedimenti di rimpatrio, si analizzi attentamente ogni caso per evitare la divisione di famiglie. Ha quindi reiterato che la chiusura della frontiera solo beneficia le bande organizzate che si dedicano a delinquere e arreca danno al commercio tra le due nazioni.

La decisione del presidente Maduro di decretare lo “Stato di Emergenza” nel Tachira, militarizzare la frontiera e, fino a nuovo avviso, chiuderla al transito di merci e cittadini suggerisce alcune domande alle quali, per il momento, è difficile dare risposta. Se è vero che da nove anni la “po- rosa” frontiera con la Colombia ha permesso l’accesso al paese di quasi un milione di emigranti, perché si è tardato tanto a prendere provvedimenti? Perché si è atteso che la guerra tra bande di contrabbandieri facesse vittime tra i nostri soldati? E, soprattutto, perché prima di militarizzare la frontiera e chiuderla non si è tracciata una strategia assieme alla vicina Colombia che ha anch’essa interesse a ridurre la criminalità nella zona? Perché questi provvedimenti, a pochi mesi dalle prossime elezioni?

La “Mesa de la Unidad Democràtica”, nel condannare la decisione di decretare lo Stato di Emergenza e la militarizzazione dello Stato Tachira – probabilmente provvedimenti simili saranno presi anche nello Stato Zulia – ha richiamato l’attenzione sui pericoli di tali disposizioni. Il segretario Esecutivo della Mud, Jesùs “Chuo” Torrealba, e i dirigenti di Primero Justicia, Acciòn Democràtica e Un Nuevo Tiempo, con un comunicato, hanno reso noto che lo “Stato di Emergenza per 60 giorni” decretato dal capo dello Stato potrebbe essere una “prova generale” in vista di un’ipotetica sospensione delle elezioni parlamentari che, a detta della Mud, ormai il governo ha già perso. La “Mud” ha quindi considerato inadeguati i provvedi- menti poiché, sostiene, la causa dei problemi nella frontiera ha radici profonde.

Lo Stato di Emergenza, decretato dal governo, è stato oggetto di valutazioni non solo da parte del mondo politico ma anche di quello accademico. Secondo alcuni analisti si ravvede nello Stato di Emergenza decretato nel Tachira, una delle frontiere più attive del Paese, un escamotage per distrarre i venezuelani dai problemi reali del paese – leggasi, alto costo della vita e caduta in picchiata dei prezzi del greggio -.

L’economista Josè Guerra facendosi eco anche delle preoccupazioni di altri esperti in materia, ha esortato la Banca Centrale a una politica monetaria più accorta. E ha rilevato che l’unico modo per frenare quella che già definisce iperinflazione non è altro che evitare il deficit fiscale finanziato con emissione di denaro fresco. Ha anche chiesto la distribuzione di banconote da 500 bolìvares poiché, ha spiegato, il denaro ha perso potere d’acquisto.

Altro dolore di testa è la caduta libera del prezzo del barile di petrolio che ormai si vende nei mercati internazionali a meno di 40 dollari. E’ una tendenza questa, stando agli esperti in materia, irreversibile. Le previsioni, che ora preoccupano anche i grossi consorzi petroliferi internazionali, sono che il prezzo del petrolio cada fino ai 30 dollari al barile.

Il fenomeno che investe il mercato petrolifero, in principio, ha due origini. Il primo, quello fondamentale, è l’eccesso di offerta di greggio. Questa è da attribuire ai produttori Opec, che hanno deciso di mantenere, nonostante tutto, la loro quota di produzione nel timore di perdere fette di mercato, e l’offerta di petrolio americano in costante aumento. Nel 2006, la produzione statunitense rappresentava il 33 per cento del consumo. Oggi, circa il 70 per cento. Inoltre, la contrazione dell’economia cinese fa supporre una minore produzione dell’industria asiatica e quindi un consumo energetico più contenuto. Per concludere, l’accordo nucleare con Iran prevede l’allentamento progressivo dell’embargo. Ciò permetterà al Paese di esportare nuovamente greggio. La caduta del prezzo del barile di greggio venezuelano rappresenta un duro colpo per l’economia nazionale, che dipende in un 95 per cento dal petrolio. Il Paese, nel secondo semestre dell’anno, deve far fronte alla spesa che rappresentano le nuove scadenze delle obbligazioni internazionali. Per far ciò, dovrà
avvalersi delle sue proprietà all’estero e ridurre notevolmente l’assegnazione di valuta a industriali e importatori.

Banche private, istituti di ricerca e agenzie di rating stimavano, per il 2015, un volume di esportazione pari a 45 miliardi di dollari. Di questi, 43 miliardi prodotto della vendita di greggio e il resto di beni non petroliferi. Il prezzo del barile era stato fissato a un prezzo medio attorno ai 50 dollari.

Il panorama internazionale è notevolmente cambiato. Se in media il prezzo del barile di petrolio, nel secondo semestre dell’anno, sarà di circa 40 dollari, il Paese riceverà quasi 5 miliardi di dollari in meno.

La Banca Centrale del Venezuela, nel 2013, calcolava che il Paese, per coprire il fabbisogno nazionale, avrebbe richiesto dai 3 ai 3 miliardi e mezzo di dollari al mese. Se il prezzo del greggio dovesse attestarsi attorno ai 40 dollari fino alla fine dell’anno, ma abbiamo già visto che non sarà così, e la produzione dovesse mantenersi inalterata poco sopra i 2.5 milioni di barili al giorno, le risorse che otterrebbe il Paese non sarebbero superiori ai 17 miliardi di dollari. In altre parole, poco meno di 3 miliardi 500 milioni di dollari al mese. E non è del tutto vero. Bisogna tener conto del petrolio a prezzo scontato venduto a Petrocaribe e a Cuba, e quello destinato alla Cina, in gran parte riservato agli anticipi depositati al “Fondo Chino”. Non solo, vi sono anche le scadenze del- le obbligazioni internazionali che si stimano in 9 miliardi di dollari. Alla fine, a conti fatti, il Paese, per soddisfare il proprio fabbisogno stimato nel 2013 tra i 3 e i 3 miliardi e mezzo di dollari avrà a disposizione poco più di mille 200 miliardi. Una cifra irrisoria.

Il panorama che si apre al Venezuela nei prossimi mesi sarà di grande difficoltà. E il prossimo Parlamento avrà la delicata responsabilità di affrontare la crisi con provvedimenti coraggiosi e impopolari.

(Mauro Bafile/Voce)

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