Deportazioni e esodo, si inasprisce il conflitto tra Venezuela e Colombia

Colombianos cruzando frontera
Colombianos cruzando frontera
Colombianos cruzando frontera

“Operación de Liberación del Pueblo”, chiusura della frontiera, deportazioni. Inattesi e incredibili. Sconcertanti, perché non risolvono né tantomeno attaccano l’origine del problema. Anzi, ne aggiungono altri sia nell’ambito interno, sia in quello internazionale. Ma, non c’è dubbio, l’obiettivo politico è stato centrato una volta ancora. In uno scenario elettorale assai dinamico, hanno posto in secondo piano la polemica sulla salute della nostra economia e il dibattito sul peggioramento della qualità di vita. La preoccupazione per il progressivo e inarrestabile deterioramento dei prezzi del barile di petrolio o il disappunto per le lunghe, interminabili file di consumatori alle porte di supermarket e generi alimentari sono stati cancellati d’un colpo dalle scioccanti immagini di case distrutte dalle ruspe, di cittadini colombiani deportati e di accampamenti di migliaia e migliaia di rifugiati in Colombia, lungo la frontiera del nostro Táchira.

L’andamento dei prezzi del petrolio è sempre allarmante. Nessuna inversione di rotta. Anzi, la riduzione progressiva ha subito un’accelerazione. La settimana scorsa la media del prezzo del barile del greggio venezuelano è stata di 36,48 dollari. In altre parole, è stata registrata una perdita di 3,14 dollari, se paragonata al valore medio della settimana precedente. Ci si avvicina, quindi, sempre più ai 30 dollari anticipati dalle organizzazioni internazionali, gli istituti di ricerca e dai singoli esperti in materia.

Il prezzo del petrolio venezuelano, ormai, si mantiene stabilmente molto al di sotto dei 50, 60 dollari il barile; prezzo del greggio, questo, stabilito dal Parlamento quale base per il calcolo del preventivo spese della nazione. Insomma, per determinare la “Finanziaria 2015”.

Fino a ieri, con un prezzo del barile di petrolio attorno ai 100 dollari, ci si chiedeva quale fosse il destino del “surplus” che entrava nelle casse dello Stato. Oggi, in cambio, ci si chiede come si affronteranno le spese della nazione. Ma, nel fondo, resta un dubbio inquietante: quale sarebbe la realtà del Paese, oggi immerso in una profonda crisi economica, se il “Fondo de Estabilización Macroeconómica”, creato nel 1998,fosse stato effettivamente quel salvadanaio cui attingere nei momenti di “vacche magre” com’era stato pensato dai suoi ideatori?

Il denaro che oggi il Venezuela riceve a cambio del suo petrolio, non è più sufficiente. E l’oro nero è ora l’unica risorsa del Paese. Il Venezuela, in passato, non era mai stato così dipendente dallo “sterco del demonio” (Juan Pablo Pérez Alfonso dixit). Eppure, il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, ha assicurato che non ci saranno inversioni di rotta. Ancor meno, ripensamenti o aggiustamenti. La spesa sociale resterà inalterata. Ci si chiede con quale denaro; dove sarà reperita la valuta per assicurare le necessità fondamentali dei cittadini.

Il capo dello Stato, nonostante la crisi diplomatica con la vicina Colombia, si è recato in Asia. E’ ovvio che a “batter cassa”. Ma in questa circostanza il panorama internazionale è assai diverso che in passato. In crisi non sono più unicamente i paesi dell’occidente – leggasi Unione Europea e Stati Uniti -. Anche la Cina è ormai nell’occhio dell’uragano, travolta dall’esplosione della “bolla asiatica”.

L’economia del dragone segna il passo. La grande locomotiva mondiale si è inceppata. E quest’anno il suo Prodotto Interno Lordo, stando alle proiezioni ufficiali, non sarà superiore al 7 per cento. Ma gli analisti prevedono un “misero” 4 o 5 per cento. E’ questa una crescita che, oggi, qualunque paese europeo, e gli stessi Stati Uniti, invidiano al “dragone”. Ma per la Cina, la cui crescita da anni è a due cifre, è insufficiente. Il colosso asiatico, in mezzo alle turbolenze economiche, cerca di disegnare una rotta che lo conduca alla definizione di un nuovo modello di sviluppo economico; un modello che lo renda meno dipendente dalle esportazioni e più dal consumo interno. Sempre fortemente dirigistica e dipendente dal settore statale, l’economia asiatica lotta per non farsi travolgere dall’onda alta della crisi.

In questo contesto, è assai difficile che il presidente Maduro trovi una sponda nel “dragone” per far fronte alla “sua” crisi. E ottenere, così, le risorse necessarie per affrontare da un lato le spese indispensabili per dare al Paese una sensazione di benessere e dall’altra i mezzi per affrontare una campagna elettorale che lo vede in affanno, nonostante l’incapacità dell’Opposizione di proporsi come reale alternativa.

In questo contesto, i tristi avvenimenti di cronaca, che hanno coinvolto tre agenti della “Guardia Nacional” feriti durante una presunta imboscata, hanno offerto il pretesto che il governo cercava per cambiare il baricentro del dibattito nazionale. Dalla crisi economica a quella diplomatica. La popolazione colombiana residente illegalmente nel paese si è trasformata improvvisamente nel “capro espiatorio”.

“Blitz” delle forze dell’Ordine, arresti, deportazioni. La chiusura della frontiera nello Stato Táchira e la decisione di decretare lo “Stato di Emergenza” in alcuni comuni andini limitrofi con la Colombia sono stati provvedimenti “a effetto” che fanno nuovamente leva sui sentimenti di nazionalismo e che risvegliano le correnti xenofobe latenti in Venezuela.

Crisi diplomatiche con la vicina Colombia, in passato, ve ne sono state tante. Anche assai gravi, come l’incidente del “Caldas”, il 9 agosto del 1987, durante la presidenza di Jaime Lusinchi. Come si ricorderà, l’intrusione della fregata colombiana “Caldas” in acque del Golfo sulle quali il Venezuela reclama sovranità, provocò tensioni quasi al limite del confronto armato. Anche in quell’occasione, non vi sono state ritorsioni sulla popolazione civile. Nessun governo si è mai reso responsabile di deportazioni di massa.

Ufficialmente sono stati deportati poco più di mille colombiani,si presume residenti illegalmente nel Paese. Ma sono oltre 8mila quelli che hanno lasciato il Paese nel timore, pur avendo tutta la documentazione in ordine, di subire l’umiliazione della deportazione e la violazione dei Diritti Umani, come quelle narrate da coloro che alla forza sono stati obbligati ad abbandonare il Venezuela e le cui case, in precedenza marcate con una immensa X, sono state abbattute dalle ruspe.

Provea, l’Ong dedita alla difesa del Diritti Umani, ha denunciato i soprusi di cui sono vittime i cittadini colombiani e posto l’accento sulle continue violazioni dei diritti umani che si celano dietro le Olp (Operación de Liberación del Pueblo); i “Blitz” delle forze dell’Ordine per combattere la delinquenza organizzata, le bande di malviventi dedite al sequestro e all’estorsione, le “mafie” di contrabbandisti e “narcos” e, “dulcis in fundo”, i “paracos”, le bande paramilitari dell’estrema destra.

Le “Olp”, le deportazioni, la chiusura della frontiera non risolvono i tanti problemi che si vivono lungo le zone limitrofe. Non frenano il contrabbando perché non si attacca l’origine del problema: lo squilibrio economico tra le due nazioni che funge da detonatore e stimolo. Chi più, chi meno, tutti ne sono coscienti. I provvedimenti del governo del presidente Maduro, quindi, più che motivati da considerazioni economiche, sembrano rispondere a ragioni di carattere politico.

Il governo, non riuscendo più a riscuotere simpatie dal tradizionale discorso populista e demagogico, che ha caratterizzato gli anni del “chavismo” e del “madurismo”,fa oggi nuovamente leva sui sentimenti nazionalisti e xenofobi. L’obiettivo è ricavare utili in termini di consenso elettorale.

La crisi diplomatica e le azioni nella frontiera “tachirense”, stando alle analisi di dotti in materia, hanno un doppio obiettivo: distrarre l’attenzione dei venezuelani dai problemi della quotidianità, causati dalla crisi economica, e dare l’immagine di un governo che affronta i problemi con coraggio e autorità.

E intanto, l’Opposizione, divisa al suo interno, stenta a opporsi con forza alle politiche del governo e a far sentire la propria voce, soffocata dall’arcipelago di mass-media filogovernativi. In questi giorni, la palla dell’iniziativa politica è di nuovo nel campo del governo. E probabilmente lo sarà anche nelle prossime settimane se l’Opposizione non riuscirà a sconfiggere i propri fantasmi e a imbastire un discorso convincente capace di trasmettere fiducia e di rompere l’isolamento imposto indirettamente dai mass-media locali.

I network, oggi, rappresentano una grande forza nelle comunicazioni ma, nel caso del Venezuela, difficilmente riescono a raggiungere la massa degli elettori, quella costituita dagli strati più umili della popolazione che sono poi anche quelli più permeabili ai messaggi della propaganda ufficiale trasmessa dalla televisione e dalle radio di stato e filogovernative.

(Mauro Bafile/Voce)