Usa: Federal Reserve a un bivio

Pubblicato il 09 settembre 2015 da redazione

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Al bivio. Ancora pochi giorni perl’Assemblea della Federal Reserve, appuntamento nel quale si prevede una schiarita decisiva per l’economia americana, per l’orientamento futuro dei paesi emergenti e, più in generale, per l’economia mondiale. Dopo una lunga recessione, iniziata negli Stati Uniti con l’esplosione della “Bolla Immobiliare” che ha fatto vittime eccellenti – leggasi, Lehman Brothers, Goldman Sachs, Morgan Stanley, solo per nominare i casi più eclatanti -, all’orizzonte gli esperti intravedono una ripresa che, comunque, ancora non convince del tutto.

Qualunque decisione della “Fed” avrà contraccolpi rilevanti in essa, in uno scenario in cui la “Bolla cinese”, stando a esperti in materia, riserverà altre sorprese: una bomba a orologeria ancora non completamente disinnescata e la cui pericolosità si nasconde dietro l’architrave di un sistema dirigista non trasparente.

La locomotiva americana comincia a trainare e quella europea a tirare anche se con affanno. Gli entusiasmi sono contenuti. Abbondano le ragioni. Il‘New York Times’ fa notare il fenomeno della stagnazione dei salari che ritiene sia il segnale di un’economia che non ha raggiunto ancora la piena occupazione. La disoccupazione è al 5,1 per cento. E’ quindi ai minimi dall’aprile del 2008. Ma gli esperti considerano che sia ancora lontana dai livelli che potrebbero considerarsi “ottimi” per gli Stati Uniti. Ovvero, la disoccupazione “normale” o “massima” consentita che rappresenta il livello d’equilibrio. In realtà la “disoccupazione ottimale” è una chimera.

L’obiettivo è avvicinarsi quanto più possibile a essa. Un segnale che si è sul cammino giusto è dato dall’incremento della domanda di consumo e dei salari. E, quindi, del costo della vita. Ma l’inflazione continua a viaggiare a livelli ancora al di sotto del 2 per cento, target della “Fed”. Da qui l’appello del NYT che, in questo momento, considera opportuni una politica accomodante e il rinvio di ogni decisione sui tassi d’interesse.

Sul piatto pesa ovviamente anche il rallentamento dell’economia cinese, che potrebbe frenare la ripresa americana, e la svalutazione dello yuan che ha provocato l’apprezzamento del dollaro e, di conseguenza, reso meno competitive le esportazioni nordamericane. Il governatore della Banca Centrale cinese ha ammesso l’esplosione della “Bolla asiatica” ma ha anche assicurato che si è provveduto a correzioni che condurranno ad una definitiva stabilizzazione dei mercati. Ma su quanto stia accadendo in Cina vi sono più ombre che luci. Anche l’effetto sui mercati emergenti è da tenere in conto. Un incremento dei tassi d’interesse potrebbe provocare panico e turbolenze.

Non pare esserci alcuna fretta. Dal 2008, il tasso di riferimento della “Fed” è dello 0,25 per cento. Un incremento dello 0,5 per cento, a questo punto, potrebbe sembrare irrilevante. Non così il messaggio che la “Fed” starebbe inviando al mercato. Esso potrebbe considerare che la politica monetaria si stia avviando verso una normalizzazione dopo sette anni di crisi. Quindi, che si stia di fronte ad un nuovo ciclo: quello di restrizione monetaria. Ma l’economia americana continua a comportarsi in maniera anomala. E’ vero che la disoccupazione si è ridotta e che sono stati creati 13,1 milioni di posti di lavoro ma lo è anche che una stretta monetaria potrebbe provocare turbolenze e creare panico. In particolare, nelle economie emergenti.

Mentre il mondo dell’economia attende una schiarita, il dibattito politico prosegue senza sosta. In primo piano sempre Hillary Clinton e Donald Trump. La candidata democratica, dopo aver assicurato a più riprese di aver gestito le sue mail in modo legale e quindi di non intravedere ragioni per cui chieder scusa, ha riconosciuto di aver commesso un errore e di aver sottovalutato le conseguenze del suo gesto, nel corso del celebre programma televisivo “Ellen De Genders Show”.
– Assumo tutte le responsabilità – ha detto la candidata democratica.

Le dichiarazioni di Clinton sarebbero state consigliate dalla necessità di cercare di chiudere il capitolo del “Gatemail” che le ha provocato un grave danno in termini d’immagine. Oggi la candidata democratica, che è sempre prima nelle preferenze degli elettori dell’“asinello”, continua a calare nei sondaggi: 53 per cento degli americani la vedrebbero in modo negativo mentre il suo “non gradimento” sarebbe salito all’8 per cento.

Dal canto suo, Donald Trump continua a riscuotere consensi. Mentre l’“establishment” del partito dell’“elefantino” continua a vederlo come una meteora nel firmamento elettorale, la base lo considera l’unico interprete del suo pensiero. Il fenomeno Trump ha messo in evidenza il divorzio tra l’élite, che lo considera un “ridicolo”, e la base conservatrice, silenziosa e stanca della “politica corretta” che impedirebbe agli americani di dire ciò che pensano. Trump incarna, in questo momento, proprio questa frattura.

Nella corsa elettorale americana irrompe anche Silvio Berlusconi. In alcune delle e-mail di Hillary Clinton spunta il nome del leader di Fi. In un messaggio, l’amico e consigliere Sidney Blumental invita l’allora segretario di Stato a premere sul presidente Obama affinché chiami Berlusconi, che come si ricorderà, rimase vittima di un attacco a Piazza del Duomo a Milano. Ma Blumental mette anche in guardia Clinton.

“L’attacco è arrivato in un momento in cui Berlusconi ha cominciato a perdere terreno politico – scrive Blumental -. Il suo governo e il suo partito hanno usato l’attacco per creare un’onda di simpatia a suo vantaggio… il premier renderà certamente pubblica la telefonata”. E rileva che “sarebbe imbarazzante se la telefonata fosse usata solo come elemento di una campagna di simpatia contro le azioni giudiziarie”.

Anche Trump trae a colazione l’ex premier italiano. Al margine degli Us Open di tennis a New York, il candidato repubblicano ha affermato:

– Berlusconi è un tipo che mi piace. E’ un uomo per bene.

E a un giornalista che gli chiedeva se lui fosse come l’ex Cav ha risposto:
– Vedremo, vedremo… vedremo cosa accadrà.

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