L’altra Ungheria, quella che aiuta i migranti

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SZEGED (CONFINE UNGHERIA-SERBIA). – Centinaia di volontari e migliaia di cittadini che aiutano i migranti in fuga da guerra e povertà: è l’altra faccia dell’Ungheria, quella che non vuole muri ai confini e non prende a calci una bambina siriana che ha passato il confine con la Serbia dopo aver marciato a piedi per chilometri. Un volto umano che non ferma il premier Viktor Orban, che entro il 15 settembre vuole alzare la ‘cortina di ferro’ e filo-spinato, e approvare nuove norme che prevedono il carcere per chi passa il confine ”illegalmente”.

Balazs Szalai, “il boss” come lo chiamano qui, ha messo in piedi il “campo di raccolta” dei profughi che attraversano il confine a Rozske, teatro solo ieri di un afflusso record di oltre 3.200 migranti. “I volontari che arrivano da Szeged sono un’ottantina. Abbiamo montato tende, offerto i primi soccorsi medici, garantito assistenza medica e informativa”, spiega, mentre un diluvio di pioggia e il freddo pungente attanaglia il campo, che sorge su un terreno agricolo vicino ai binari di una ferrovia. Almeno 20.000 i migranti transitati nel campo in 2-3 mesi, “ma è difficile sapere il numero esatto”. “Tutto quello che abbiamo – cibo, acqua, vestiti, medicine, scarpe – è stato donato gratuitamente dalla popolazione ungherese”, sottolinea fiero. Oramai vive praticamente lì, ogni tanto fa un salto in città, alla stazione, dove si concede una doccia. Nello spiazzo, un gazebo in legno offre informazioni, assistenza medica, e anche un giaciglio per dormire nelle tende piazzate sul selciato.

Qui c’è Tamas Szuts: senza sosta coordina la raccolta del materiale e del cibo, spiega ai migranti cosa può succedere a bordo dei treni che li porteranno a Budapest, e poi forse verso l’Austria e la Germania. Vive il suo impegno come una vocazione, e ha il telefono che squilla incessantemente. Anche lui da settimane dorme poco. Nel corso della notte si trasforma anche in ‘barista’, e sforna caffè e bevande calde come fosse in un locale nel centro di Roma o di Napoli all’ora di colazione. I migranti avvolti nelle coperte, tremano per il freddo, e bevono il caffè bollente come fosse acqua miracolosa. Quasi tutti zoppicano per i tanti chilometri macinati a piedi. Altri stanno messi peggio, ma nulla sembra fermarli.

Attendono trepidanti il primo treno del mattino, che parte dopo le 4.30. Ai due ‘coordinatori’, ma guai a chiamarli così che si offendono, si aggiungono tante ragazze e ragazzi. Molti anche da Budapest. E poi quelli austriaci, tedeschi, australiani, inglesi. A Szeged – l’unica grande città ungherese ancora nella mani del partito socialista che accusa Orban di essere uno xenofobo – come anche a Budapest, dove le signore portano panini ai disperati e l’Ong Migrant Aid coordina gli aiuti.

E a Pannonhalma (la più vecchia abbazia del Paese), decine di migranti vengono accolti “a qualsiasi ora”. Mentre altri sacerdoti cattolici parlano ai fedeli di “pericolo dei musulmani”. La paura, il “rischio contagio da malattie dei migranti”, viene evocata da una buona parte delle forze politiche di maggioranza. Non tutte. Ma il vero timore dei volontari e dei cittadini “dal volto umano” è che il giro di vite che Orban vuole imporre da martedì prossimo possa portare ad altre tragedie.

Oltre al muro, il governo punta ad approvare un inasprimento delle norme sul diritto d’asilo e introdurre il carcere per chi entra illegalmente nel Paese. Gli oltre tremila militari schierati al confine sud hanno iniziato le esercitazioni. A Szeged in tanti si chiedono come si confronteranno con i migranti, “che continueranno ad arrivare”. E molti temono il peggio.

(dell’inviato Claudio Accogli/ANSA)

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