I caccia di Putin bombardano in Siria. Scontro con Usa

Pubblicato il 30 settembre 2015 da redazione

Vladimir Putin (C), President of the Russian Federation, walks with his delegation following a bilateral meeting with Barack Obama, President of the United States, during the 70th session General Debate of the United Nations General Assembly at United Nations headquarters in New York, New York, USA, 28 September 2015.  EPA/JUSTIN LANE

Vladimir Putin (C), President of the Russian Federation, walks with his delegation following a bilateral meeting with Barack Obama, President of the United States, during the 70th session General Debate of the United Nations General Assembly at United Nations headquarters in New York, New York, USA, 28 September 2015. EPA/JUSTIN LANE

MOSCA. – Appena due giorni dopo il faccia a faccia tra Putin e Obama a New York, la Russia lancia i suoi primi raid aerei in Siria, suscitando la dura reazione degli Usa, secondo cui Mosca sta usando la lotta al terrorismo come pretesto per colpire anche i ribelli sostenuti dall’Occidente che combattono contro Assad nelle province di Homs e Hama. Il segretario alla Difesa americano, Ash Carter, ha puntato il dito contro la Russia accusandola di “gettare benzina sul fuoco” e bollando il suo intervento militare come una vera e propria “aggressione”.

E alcune fonti denunciano che le incursioni aeree russe hanno ucciso anche dei civili. Almeno 36, secondo l’opposizione siriana. Il ministero degli Esteri russo respinge le accuse con fermezza: si tratta di “guerra mediatica”, sostiene la portavoce Maria Zakharova. Mentre alcuni alti funzionari americani replicano che i jet russi hanno bombardato anche aree che non sono sotto il controllo dello Stato islamico e dove le forze governative devono affrontare l’avanzata dei ribelli.

Il Cremlino, in tutto questo, mantiene una certa ambiguità: “L’aviazione russa in Siria sta fornendo sostegno alle forze armate siriane, che stanno combattendo contro l’Isis e altri gruppi terroristici ed estremisti”, ha osservato Dmitri Peskov, portavoce di Putin, rispondendo alla domanda se Mosca classifica alcuni movimenti di opposizione siriana come “terroristi”.

I caccia con la stella rossa sono decollati da una base nella regione costiera di Latakia poco dopo che – in una riunione a porte chiuse – il Senato russo aveva approvato all’unanimità la richiesta di Putin di autorizzare un intervento militare all’estero delle forze armate di Mosca. Un permesso che la Camera alta del Parlamento aveva concesso l’ultima volta nel marzo del 2014, cioè poco prima dell’annessione della Crimea.
Questa volta però la Russia promette che userà solo forze aeree: “Senza partecipare a operazioni terrestri”, ha assicurato Putin, sebbene la presenza militare russa in Siria sia cresciuta notevolmente negli ultimi tempi, parallelamente all’aumento delle forniture di armi al controverso governo di Damasco.

Secondo la ricostruzione delle fonti americane, la Russia avrebbe informato l’ambasciata Usa a Baghdad dell’inizio dei raid per evitare sovrapposizioni e incidenti tra l’aeronautica russa e quelle della coalizione anti-Isis guidata da Washington. Ma lo avrebbe fatto appena un’ora prima che partissero le incursioni. Avviare una linea di comunicazione tra le forze armate russe e quelle della coalizione guidata dagli Usa “è una necessità impellente”, hanno comunque dichiarato dal Cremlino, e anche la Casa Bianca si augura che questi contatti “inizino a breve”.

Intanto, nonostante le tensioni, il lavoro delle diplomazie continua. I capi di quelle di Mosca e Washington, Serghiei Lavrov e John Kerry, hanno discusso al telefono della situazione in Siria alla luce dell’iniziativa militare russa. Il segretario di Stato americano ha detto esplicitamente che gli Stati Uniti temono che lo scopo della Russia possa in realtà essere quello di proteggere Assad. E da New York anche il ministro degli Esteri francesi Laurent Fabius ha dichiarato che “ci sono indicazioni secondo le quali le incursioni russe non hanno avuto come obiettivo l’Isis”.

Da Mosca smentiscono. Stando al portavoce del ministero della Difesa, generale Konashenkov, i caccia russi hanno colpito “otto basi dell’Isis” sulle montagne siriane effettuando “in tutto circa 20 voli”, e soprattutto “non sono state usate armi aeree russe contro infrastrutture civili”.

Tutt’altra la versione fornita da Khaled Khoja, il leader dell’opposizione politica siriana spalleggiata dall’Occidente, secondo cui le incursioni russe avrebbero ucciso 36 civili nella zona di Homs, dove – secondo lui – non sono presenti jihadisti dell’Isis o qaedisti. Mentre l’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), denuncia l’uccisione di almeno 27 civili, tra i quali sei bambini della stessa famiglia, sempre nella provincia di Homs, ma in raid dell’aviazione governativa siriana.

La richiesta di un intervento militare russo in Siria, comunque, era arrivata direttamente da Assad, ha fatto sapere la Russia, definendosi “l’unico Paese” ad intervenire contro l’Isis nel rispetto del diritto internazionale perché – ha sottolineato il portavoce del Cremlino precisando che l’Iraq non ha chiesto il sostegno di Mosca contro i jihadisti – operazioni militari all’estero sono possibili solo sulla base di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu o su richiesta delle autorità legittime del Paese interessato.

(Giuseppe Agliastro/Ansa)

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