Fmi rialza stime dell’Italia, può fare anche meglio della Germania

Pubblicato il 06 ottobre 2015 da redazione

A handout photograph made available by the International Monetary Fund showing International Monetary Fund (IMF) Managing Director Christine Lagarde answering questions during a virtual press conference in the IMF studio at the IMF Headquarters In Washington, DC., USA, 29 July 2015.  EPA/STEPHEN JAFFE / INTERNATIONAL MONETARY FUND / H

A handout photograph made available by the International Monetary Fund showing International Monetary Fund (IMF) Managing Director Christine Lagarde answering questions during a virtual press conference in the IMF studio at the IMF Headquarters In Washington, DC., USA, 29 July 2015. EPA/STEPHEN JAFFE / INTERNATIONAL MONETARY FUND / H

LIMA. – L’economia globale frena, e cresce alla velocità più lenta dalla crisi finanziaria. A pesare il rallentamento della Cina e il calo delle commodity, che si fa sentire sui paesi emergenti, la cui crescita cala per il quinto anno consecutivo.

L’Italia però è in controtendenza: mentre il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) taglia le stime mondiali, allo stesso tempo rialza le previsioni per l’Italia a +0,8% nel 2015 e +1,3% nel 2016 (+0,1 punti percentuali rispetto a luglio) al di sotto delle attese del governo.

Un ritocco al rialzo che arriva mentre, all’interno di Eurolandia, le stime della Spagna e della Francia vengono confermate, mentre quelle della Germania sono riviste al ribasso per il 2016. Secondo il Fondo ”l’Italia può fare di più” ed è ”di sicuro possibile” che possa fare come o meglio della Germania”, come auspicato da Matteo Renzi.

Proprio il premier commenta con soddisfazione le stime del Fmi: ”L’Italia è tornata, ma questo è solo l’inizio”. Nei prossimi ”uno o due anni” – spiega il Fondo – è possibile che la performance italiana, in termini di crescita, possa essere migliore di quella tedesca con ”riforme strutturali rigide, un calo del tasso di disoccupazione, e un aumento dell’occupazione. Nel lungo termine, con la produttività bassa e senza riforme strutturali, è più difficile” mette in evidenza Thomas Helbling, del dipartimento di ricerca di Fmi.

Molte cose l’Italia le ha già fatte, come il Jobs Act. Ora ”è importante andare avanti. Per una performance migliore nei prossimi anni si deve verificare un rafforzamento della produttività, che richiede un miglioramento della pubblica amministrazione, una riduzione del peso sul settore privato, e migliori condizioni per le piccole e medie imprese”.

Il nodo resta quello della disoccupazione che in Italia resta sopra la media dell’area euro, con un tasso al 12,1% quest’anno e all’11,9% il prossimo. Convinto che l’Italia farà meglio anche delle stime riviste del Fmi è Carlo Cottarelli, il direttore esecutivo del Fmi per l’Italia.

Il Belpaese ”può arrivare” a una crescita dello 0,9%, prevista nella nota di aggiornamento del Def, nel 2015. E nel 2016 crescerà più dell’1,3% stimato dal Fmi: l’1,6% del governo è ”abbastanza realistico”. Le previsioni del Fmi per il 2016, mette in evidenza Cottarelli, indicano un deficit-pil al 2,0% dal 2,7% di quest’anno.

Il governo prevede per il prossimo anno un deficit del 2,2%. Cottarelli spiega quindi che la ”manovra non è a deficit, l’aggiustamento fiscale continua. Secondo i miei calcoli, il deficit strutturale non aumenta usando un tasso di crescita potenziale dell’1,0%”.

Il Fmi stima un deficit strutturale dello 0,5% nel 2015 e dello 0,3% nel 2016, con un deficit al 133,1% quest’anno e al 132,3% nel 2016. Nello scattare la fotografia dell’economia globale, il Fmi mette in guardia sull’aumento dei rischi al ribasso, fra i quali la Cina ma anche un pericolo ‘stagnazione’ per le economie avanzate.

Il pil del mondo è previsto crescere del 3,1% nel 2015 e del 3,6% nel 2016, con l’area euro più lenta degli Stati Uniti. La ripresa di Eurolandia continua ma ”resta modesta e incerta”. Il programma di acquisti della Bce ha aumentato la fiducia: la Bce dovrebbe lasciare tutte le opzioni di politica monetaria aperte, a fronte di un’inflazione che si mantiene sotto il 2%.

A rallentare l’economia globale sono la Cina, in una fase di transizione ”necessaria e salutare”, e i paesi emergenti, sui quali pesa oltre alla frenata di Pechino anche il calo dei prezzi delle commodity.

(dell’inviata Serena Di Ronza/ANSA)

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