La Turchia spaccata sceglie tra Erdogan e il nuovo corso

Recep Tayyip Erdogan tra la folla dei suoi sostenitori
Turkish Prime Minister and Presidential candidate Recep Tayyip Erdogan acknowledged cheers of supporters during an election rally in Konya, Turkey, 09 August 2014.
Turkish Prime Minister and Presidential candidate Recep Tayyip Erdogan acknowledged cheers of supporters during an election rally in Konya, Turkey, 09 August 2014.

ISTANBUL. – In una foto apparsa su molti quotidiani turchi Recep Tayyip Erdogan, affacciato dal balcone del suo faraonico palazzo presidenziale ad Ankara, saluta il popolo lontano centinaia di metri per celebrare la festa della Repubblica.

È l’istantanea di un uomo solo al comando intorno a cui si decide il destino di un Paese intero. La Turchia che domenica torna alle urne è chiamata ancora una volta a un referendum su di lui. Perché anche se non è candidato, al centro della scena c’è sempre il ‘presidente-sultano’.

Dopo che a giugno il suo Akp non è riuscito per la prima volta dal 2002 a ottenere una maggioranza sufficiente a governare da solo, molti analisti suggerivano che non avrebbe mai accettato una coalizione. Così è stato.

In questi cinque mesi, la Turchia ha vissuto un’escalation di violenza e tensioni come non accadeva da almeno vent’anni. Prima la strage di Suruc, con 33 attivisti filo-curdi uccisi da un kamikaze dell’Isis. Poi l’esplosione del nuovo conflitto con il Pkk curdo, con oltre 150 soldati e duemila guerriglieri morti e il sud-est del Paese in stato d’assedio tra bombe e coprifuoco. Fino alla strage di Ankara, il più sanguinoso attentato terroristico della storia turca ad appena 20 giorni dal voto.

Tutto questo mentre l’Europa guardava allarmata a un Paese trasformato nel crocevia del più grande afflusso di profughi dalla seconda guerra mondiale. È in questo clima che Erdogan chiede ai turchi di tornare a scegliere un governo monocolore dell’Akp che riporti “la stabilità e la fiducia vissuta per 13 anni”.

Al voto arriva però un Paese sempre più spaccato. “Siamo a un bivio. La Turchia andrà verso un sistema di potere con un uomo solo e un regime oppressivo e dittatoriale oppure andrà verso la strada che porta alla democrazia”, dice nel suo ultimo appello Selahattin Demirtas, il leader del partito filo-curdo Hdp che entrando a giugno in parlamento ha sconvolto i piani di Erdogan.

Se, come indicano tutti i sondaggi, anche stavolta riuscirà a superare la soglia di sbarramento-monstre al 10%, le chance dell’Akp di tornare a governare da solo saranno scarse.

Dopo lo schiaffo di giugno, quando il presidente puntava a una maggioranza dei 2/3 per introdurre un presidenzialismo forte sotto la sua guida, le previsioni indicano che pochi elettori hanno cambiato idea. Il suo Akp, guidato da Ahmet Davutoglu, è accreditato tra il 39 e il 43%, il socialdemocratico Chp di Kemal Kilicdaroglu è stimato al 25-28% e il nazionalista Mhp di Devlet Bahceli al 13-15%. Più o meno, tutto come prima.

Ma sul voto peserà l’incognita della sicurezza nel sud-est curdo, da cui il governo avrebbe voluto spostare i seggi.

Negli ultimi giorni è arrivata anche l’ennesima stretta sulla stampa di opposizione, con tv e giornali ostili a Erdogan e legati al suo ex alleato Fethullah Gulen censurati e commissariati.

Nelle urne resta forte anche l’allarme brogli. Ogni voto peserà come un macigno, perché come ha detto oggi il premier ad interim, Davutoglu, la Turchia “non potrebbe tollerare una nuova elezione”.

(di Cristoforo Spinella/ANSA)