Venezuela: Cne contrario all’osservazione internazionale

Pubblicato il 10 novembre 2015 da redazione

cne

Incomprensibile, inspiegabile. Almeno col metro europeo. Ma l’America Latina non è l’Europa. Il nostro è l’emisfero della “realtà magica”. E allora tutto è possibile, anche ciò che il comune senso delle cose boccerebbe come insensato.

Ad esempio, l’atteggiamento del Consiglio Nazionale Elettorale, recalcitrante ad accettare la presenza di osservatori internazionali indipendenti prima, durante e dopo il voto del 6 dicembre.

La giustificazione, se analizzata nell’ottica di un nazionalismo passato di moda ma rispolverato prima dall’estinto presidente Chàvez e poi dal presidente Maduro, non è privo di logica: nessun Paese che si rispetti può permettere ad organismi esterni d’intervenire nelle sue faccende interne.

Meno, se si tratta di elezioni destinate a determinare l’orientamento politico, economico e sociale del Paese. Quindi, è prerogativa dell’autorità elettorale, “in primis”, decidere se permettere o no la presenza di osservatori internazionali.

E’ vero. Nelle democrazie avanzate l’osservazione internazionale non è una consuetudine. Ma è anche vero che la possibilità di frode elettorale è assai ridotta. E comunque le istituzioni e i poteri pubblici sono indipendenti, il cittadino ha gli strumenti per far valere i propri diritti e la giustizia arriva, anche se con ritardo.

Contraddittorio. Pare assurdo ma la paura di frode elettorale, in Venezuela, più che dall’Opposizione è alimentata dalle stesse autorità parlamentari e dal governo. E, infatti, il presidente del Parlamento, e altri esponenti filo-governativi, hanno più volte fatto intendere che, in caso di una sconfitta elettorale, non sarebbero disposte a riconoscere i risultati.

In una recente apparizione pubblica, lo stesso capo dello Stato, Nicolàs Maduro, ha affermato che non riconoscerà un Parlamento con una maggioranza dell’Opposizione, non “consegnerà la rivoluzione al nemico” e continuerà a Governare con una Giunta “civico-militare”. Una minaccia di “autogolpe”, quindi, che lascia molti interrogativi senza risposta.

E’ evidente che la presenza di osservatori stranieri indipendenti, seri e autorevoli resta una necessità. La richiesta della “Mesa della “Unidad Democràtica” è dettata dal clima politico ed elettorale che si vive nel Paese.

L’accredito, qualora il Cne decidesse finalmente di cedere alle pressioni dell’eterogeneo arcipelago di partiti aderenti alla Mud, deve necessariamente permettere l’assoluta libertà di movimento prima, durante e dopo l’esercizio del voto.

L’osservazione internazionale non può limitarsi a un tour nei diversi centri di votazione, scelti “ad hoc” dalle autorità del Cne. Al contrario, deve poter documentare tutto il processo elettorale. Solo così potrà comprovare, qualora ci fossero, l’esistenza di abusi di potere, di squilibri informativi, e di eccessi istituzionali.

Ad esempio, l’impiego illimitato dei mass-media statali per la propaganda politica governativa e per gettare discredito sui candidati dell’Opposizione; o la presenza di seggi elettorali in locali poco idonei ad un processo elettorale delicato e complesso come quello del 6 dicembre.

Antinomie, contrasti e incoerenza. L’Opposizione non trova pace. Affoga nelle proprie contraddizioni. Queste hanno origine, come abbiamo già scritto, nella mancanza di un programma di governo chiaro, logico e trasparente. Nessuno sa, oggi, gli obiettivi dell’Opposizione.

Pochi conoscono le proposte elettorali dei candidati della Mud. Nulla o quasi si sa su cosa farebbe l’Opposizione qualora, come indicano i sondaggi delle agenzie demoscopiche, dovesse trionfare il prossimo 6 dicembre. Certo, esistono attenuanti. Innanzitutto, l’impossibilità dei pochissimi mass-media ancora indipendenti di far giungere il messaggio dei candidati della Mud a tutti gli strati della popolazione.

L’opposizione oggi è cementata da un “antichavismo” e “antimadurismo” viscerale. Slogan e messaggi privi di contenuto. Mentre il governo ripropone ossessivamente la tesi della “guerra economica” che affama i venezuelani – e quindi la necessità dell’unità per sconfiggere il nemico comune rappresentato in Venezuela dall’Opposizione -, molti candidati della Mud si lasciano andare ad un anti-chavismo ruvido e irrazionale.

Alla fine, però, dovranno accettare l’inesorabile necessità del “chavismo” come voce del dissenso. E anche un processo di transizione che eviti la violenza, scongiuri il pericolo di un “putsch” e permetta la governabilità del Paese.

Allegria, buonumore e spensieratezza. Erano queste le caratteristiche del clima che accompagnava i processi elettorali e il Natale in Venezuela. Oggi, purtroppo, sono i grande assenti. La mancanza di alimenti e di medicine hanno trasformato la caratteristica allegria del venezuelano in irascibilità, irritabilità e ira. La crisi pesa come un macigno sull’economia delle famiglie venezuelane. Si ha la sensazione di vivere in un Paese sull’orlo di un burrone.

Il governo, in periodo elettorale, non assume la responsabilità di provvedimenti draconiani. E’ comprensibile. Ed allora tutto è rinviato al prossimo anno. A febbraio, o forse ancor prima, passata la sbornia natalizia il venezuelano si scoprirà più povero.

Le nuove autorità parlamentari dovranno legislare con prudenza per ricondurre il paese allo splendore di un tempo. Non più discorsi demagogici né provvedimenti populisti. La crisi, che oggi si manifesta anche attraverso la presenza di malattie endemiche che si credevano sconfitte come la malaria, potrà superarsi solo con una politica economica e sociale coerente che ponga sempre il cittadino in primo piamo.

Atteso, nei prossimo giorni, l’intervento del presidente Maduro presso il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni unite. In via del tutto eccezionale, l’Onu ha organizzato una sessione straordinaria per ascoltare il capo dello Stato. Il presidente Maduro, stando a quanto informato, denuncerà le presunte provocazioni militari degli Stati Uniti.

(Mauro Bafile/Voce)

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