Da Deutsche Bank a Vw, l’anno orribile di Berlino

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ROMA. – Prima domanda: riuscirà Volkswagen a superare la crisi drammatica che sta attraversando senza chiamare in aiuto il capitale pubblico? Seconda: il crollo di credibilità della Germania permetterà di mantenere regole europee sulle verifiche dei bilanci bancari che proteggono Deutsche Bank e le permettono di superare i controlli nonostante bilanci pessimi? Terza: è accettabile che le Landesbanken, cioè le banche regionali, vengano tenute fuori dal raggio d’azione della vigilanza bancaria europea?

Finora la forza della grande Germania ha permesso di aggirare gli ostacoli ma il 2015 verrà ricordato come l’anno terribile dei tedeschi, quello che ha minato un patrimonio di fiducia ricostruito a partire dal dopoguerra. Così la legge del più forte, quella che finora ha funzionato permettendo di avere l’Unione europea al loro servizio, potrebbe non funzionare più.

C’è un proverbio, del resto, che dice: ‘il troppo stroppia’, per sottolineare come ogni eccesso finisce per trasformarsi in boomerang. Il rischio per la Germania non è trascurabile anche perché, a ben guardare, i guai tedeschi nascono oltre Oceano, negli Stati Uniti.

Naturalmente sarebbe arbitrario stabilire con certezza un nesso causa-effetto, ma certo l’accusa di avere aggirato i test antinquinamento delle auto diesel è arrivata dall’americana Environmental protection agency (e ha avuto l’effetto di bloccare piani importanti di aumento delle quote di mercato negli Stati Uniti).

Ugualmente buona parte dei guai di Deutsche Bank, che hanno costretto all’uscita di scena i due amministratori delegati, l’indiano Anshu Jain e il tedesco Juergen Fitschen, nasce da due maxi multe, in particolare per manipolazioni dei tassi interbancari, decise dalle autorità statunitensi e del Regno Unito.

Di sicuro, per la Germania, i fronti aperti sono da far tremare i polsi. Basta considerare che Deutsche Bank ha chiuso il terzo trimestre 2015 in profondo rosso, con perdite intorno a 6,2 miliardi di euro. Tanto da annunciare l’uscita da una decina di paesi, tagli massicci del personale, la sospensione del dividendo.

In più, da tempo, il colosso bancario tedesco è sotto osservazione da parte delle autorità di vigilanza per il possibile occultamento di perdite per miliardi di dollari su derivati, su cui ha indagato anche la Sec (Securities and exchange commission, l’organo di controllo dei mercati Usa). In queste condizioni è quanto meno curioso che la banca abbia superato senza problemi le verifiche sulla qualità dei bilanci e gli stress test europei.

La verità è che, almeno finora, rapporti di forza schiaccianti hanno messo la Germania al riparo da sorprese e in Europa i parametri stabiliti penalizzano pesantemente le banche che, come quelle italiane, fanno soprattutto credito commerciale alle imprese, mentre sono indulgenti verso quelle che fanno soprattutto finanza, più o meno creativa (come Deutsche Bank).

“Sono scelte che pesano come macigni e finiscono per ostacolare i finanziamenti all’economia reale”, commenta Ignazio Rocco di Torrepadula, senior advisor di Tikehau investment management, fondo paneuropeo specializzato in mercati del credito.

La Germania, indebolita dagli scandali, riuscirà a mantenere piena copertura alle sue banche oppure il destino dei parametri europei di valutazione delle banche è, prima o poi, di essere cambiati eliminando distorsioni inaccettabili?

Sul fronte Volkswagen, invece, il problema non è soltanto la supermulta per avere truccato le emissioni dei motori diesel ma l’ampliamento delle irregolarità alle auto a benzina e, in particolare, le class action che possono scattare in diversi Paesi, a partire dagli Stati Uniti, cioè le azioni legali collettive per ottenere il risarcimento dei danni. Una catena di guai che finirebbe per mettere in ginocchio il colosso tedesco, portandolo sulla soglia del fallimento.

Ecco perché potrebbe risultare indispensabile l’intervento di capitale pubblico a sostegno dell’azionista di maggioranza privato. Attualmente la Porsche automobil holding controlla poco più del 50% del capitale, affiancata da due soci di peso: il Land della Bassa Sassonia (socio pubblico, con una partecipazione del 20%) e la Qatar holding (17%).

Con quale credibilità, nel caso d’intervento pubblico massiccio, la Germania potrebbe continuare a tenere i fucili puntati contro gli aiuti di Stato a favore di grandi aziende in altri Paesi?

Va ricordato, per esempio, che proprio i tedeschi sono dietro alle imposizioni europee con cui negli anni Novanta è stato imposto al governo italiano lo smantellamento dell’Iri e, più recentemente, all’alzata di scudi preventiva contro l’intervento pubblico a sostegno dell’Ilva, leader nell’acciaio e concorrente di ThyssenKrupp (che ha il quartier generale a Essen, nella Renania settentrionale-Vestfalia) e dell’ArcelorMittal (a capitale misto francese e indiano).

Il vento, però, sta cambiando direzione. Tanto da mettere in discussione la leadership, fino a poco tempo fa incontrastata, del premier Angela Merkel. Chi l’avrebbe mai detto?

(di Fabio Tamburini/ANSA)

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