Parigi piange le vittime. Hollande, distruggeremo l’Isis

Pubblicato il 27 novembre 2015 da redazione

French President Francois Hollande, center, attends  a ceremony to honor the 130 victims killed in the Nov. 13 attacks in the courtyard of the Invalides in Paris, Friday, Nov. 27, 2015. (Philippe Wojazer/Pool Photo via AP)

French President Francois Hollande, center, attends a ceremony to honor the 130 victims killed in the Nov. 13 attacks in the courtyard of the Invalides in Paris, Friday, Nov. 27, 2015. (Philippe Wojazer/Pool Photo via AP)

PARIGI. – “Un’orda di assassini” che in nome di “una causa folle e di un Dio tradito” ha ucciso “130 dei nostri”. Francois Hollande sembra di ghiaccio e pietra nel gelo del grande cortile degli Invalides. Tutti hanno la gola stretta da un nodo di rabbia e dolore, ma al presidente, per 16 minuti, le parole escono inspiegabilmente con tono sobrio, patriarcale.

L’omaggio alle vittime e ai feriti delle stragi terroristiche che hanno insanguinato Parigi due settimane fa si è consumato con la Tour Eiffel inghiottita dal cielo grigio e Parigi distrutta dal dolore ma fiera con le sue bandiere tricolori alle finestre.

L’aveva chiesto il presidente in una pausa di questa settimana di maratona diplomatica in tutto il mondo e i francesi hanno preso d’assalto i rivenditori, persino Amazon. Tutto era bleu-blanc-rouge, chi non era a casa aveva la bandierina piantata sul cruscotto dell’auto, tanti ragazzi ci avevano fasciato il bauletto del motorino come se uscissero dallo stadio dopo una vittoria.

Un soprassalto di orgoglio della gente, soprattutto dei giovani, dei coetanei di quei 130 uccisi mentre bevevano una birra con gli amici o saltavano a un concerto rock.

Agli Invalides, chiunque abbia assistito alla cerimonia ha sentito salire l’emozione via via che le due voci alternate – uno speaker uomo e una donna – elencavano i nomi dei morti, quei 130 “di cui non sentiremo più la risata”, come ha detto Hollande. E la commozione aumentava perché ad ogni nome seguiva l’età, quasi tutti fra i 20 e i 30 anni, come Valeria Solesin, i cui familiari erano nella tribuna con gli altri. Fino ad arrivare a Lola, 17 anni, la più piccola di tutti.

“Nonostante le lacrime – ha detto il presidente – questa generazione è diventata il volto della Republique”. Una generazione falciata ma già simbolo dell'”amore della vita” che si oppone al “culto della morte”: “Contro il terrorismo – ha aggiunto il presidente – il fracasso della musica continuerà, moltiplicheremo le canzoni, le concerti e gli spettacoli, continueremo ad andare allo stadio”.

Ogni parola di Hollande è diventata un hashtag, il silenzio, l’assenza di applausi e di facili riti consensuali ha reso tutto più grave, più profondo. Così come la scansione sobria del programma, che non ha rinunciato ad insistere sulla musica, sulle canzoni, proponendo Jacques Brel e una struggente Barbara eseguita da Nathalie Dessay.

“La Francia – ha promesso Hollande – resterà se stessa così come l’avevano amata coloro che sono scomparsi. Se ci fosse bisogno di una ragione per restare in piedi, per batterci per i nostri principi e difendere la nazione, la ritroveremo nel loro ricordo”.

Non ha pianto Hollande, anche se più volte, provato dai lunghi viaggi di questa settimana di offensiva diplomatica, è sembrato sull’orlo della commozione. Durissimo e segnato anche il volto del primo ministro Manuel Valls, solo qualche lacrima nella tribuna dei politici, con il governo in prima fila e l’opposizione dietro.

Emarginate e a disagio le due ali estreme, piazzate uno (Jean-Luc Mélenchon del Front de Gauche) vicino all’altra (Marion Marechal-Le Pen, Front National).

Rispetto assoluto per i familiari e i feriti, tenuti in una tribuna separata, inavvicinabile ai giornalisti, mai inquadrati dalle telecamere. Sul maxischermo, soltanto le immagini che hanno affollato la mente e il cuore di tutti in questi giorni, quelle dei ragazzi della “generazione Bataclan”.

(di Tullio Giannotti/ANSA)

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