Usa 2016: nel dibattito repubblicano tutti inseguono Trump

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Terrorismo e immigrazione. Volente o nolente, è questo il “leit-motive” della politica americana di questi giorni. E sono anche gli argomenti sui quali dibatte l’uomo della strada, nelle grandi metropoli cosmopolite e nei piccoli centri rurali chiusi nel loro provincialismo. E’ inevitabile. A riproporre con forza questi argomenti, che sono diventati il cavallo di battaglia di Trump, sono stati gli attentati in Francia e il massacro di San Bernardino.

Il terrorismo, negli Stati Uniti, non è più un fenomeno astratto. La sensazione generalizzata, ormai, è che si sia alla presenza di qualcosa di tangibile. Lo dimostra la reazione delle autorità di Los Angeles che, complice una minaccia di bomba, hanno deciso di chiudere le scuole, obbligando oltre 620mila studenti a tornare a casa.

Nell’insolito scenario dell’Hotel “The Venetian” nel centro di Las Vegas, tra i canali veneziani di cartone e gesso, si è svolto l’ultimo dibattito dei candidati repubblicani per l’anno 2015. Stesso copione. Donald Trump, il magnate newyorkese, ha di nuovo imposto la sua agenda. Ed esposto le proprie idee in maniera chiara, semplice ma con toni insolitamente più pacati senza comunque abbandonare la sua carica. Cioè, come piace alla stragrande maggioranza dei conservatori americani. Infatti, più che il contenuto, è il linguaggio di Trump quel che seduce la destra americana. E’ una scatola vuota, ma piace.

Le sue posizioni radicali, esasperate, espresse senza titubanze, trovano puntualmente nei mass-media una cassa di risonanza di fronte all’insipido atteggiamento degli avversari. I mass-media non possono omettere le proposte di Trump che rimbalzano così da un lato all’altro degli States.

Nella corsa alla Casa Bianca, Donald Trump è l’unico candidato che non ha nulla da perdere. Qualora dovesse fallire nel suo tentativo, tornerà alle sue aziende e alla vita da milionario. Non così il resto dei “competitors”, politici di professione, che con una semplice ed anche innocente scivolata potrebbero vedere rovinata la propria carriera ed essere obbligati a reinventarsi.

Nel dibattito di martedì scorso, circa due ore di confronto trasmesso integralmente in diretta dalla Cnn e dai “canali alleati” nel mondo, la sicurezza nazionale è stato il “leit-motive”. Un argomento delicato sul quale più di un politico navigato ha visto distrutta la propria carriera.

Trump ha ripetuto, come ha fatto insistentemente nelle ultime settimane, le proprie tesi su musulmani ed emigrazione, sull’incapacità di Obama di arginare il terrorismo e sulla necessità di controllare l’Internet, uno strumento di propaganda, accusa Trump, che “i terroristi sanno usare meglio degli americani che l’hanno inventato”.

Gli altri candidati, con sfumature diverse, hanno attaccato le proposte dell’arcimiliardario considerandole semplicemente assurde e irrealizzabili. D’altronde Trump ha parlato di limitare e controllare la rete, una limitazione alla libertà e alla privacy degli americani, un’invasione inaccettabile nell’intimità dei cittadini; di deportazione di massa, anch’essa contraria alla filosofia americana di nazione aperta, confluenza di culture, religioni, razze e mondi diversi; di costruzione di muri in un mondo che li vuole abbattere perchè conducono all’odio e all’intolleranza.

Ma stranamente, e al contrario del resto dei candidati, non ha parlato di conflitti, né di morte. E ha sostenuto che sono stati spesi ben 4 biliardi di dollari in una guerra inutile e senza risultati.
Come era nelle attese, il magnate del mattone è stato al centro degli attacchi del resto dei candidati repubblicani.

In particolare di Jeb Bush che, nel tentativo di risalire la china nei sondaggi, si è spogliato dell’immagine di uomo razionale e pacato e ha punzecchiato con insistenza l’arcimiliardario. Ha accusato Trump di essere un semplice agitatore di masse.

– Io – ha detto categorico rivolgendosi a Trump nel corso del dibattito – sono un “Commander in Chief”. Tu sei solo un “Agitator in Chief”.

E poi ha calcato la mano sostenendo che Trump è un candidato caotico che sarebbe “un presidente caotico”.

Bush non è stato l’unico ad attaccare il frontrunner Donald Trump. Anche altri candidati hanno colto l’occasione per cercare di opacare la stella dell’outsider, da Cruz a Rubio, da Fiorina a Carson.

Il terrorismo è stato il grande protagonista della serata. Ad eccezione di Trump, tutti i candidati, con sfumature diverse, hanno difeso la presenza nordamericana in Siria e Iraq e la necessità di distruggere il Califfato. In difficoltà, su questo argomento, si è trovato il candidato di origine latinoamericana Ted Cruz. Questi, con una semplificazione che ha sorpreso i presenti, ha sostenuto che nella guerra all’Isis l’equazione è assai semplice: “noi vinciamo e loro perdono”.

Ha poi sostenuto la necessità di un bombardamento a tappeto e senza sosta alle postazioni dell’Isis. Quando sorpreso il giornalista Wolf Blitzer gli ha fatto notare che così si ucciderebbe un enorme numero di civili, senza immutarsi Cruz ha insistito nella sua tesi di bombardare le truppe dell’Isis, forse immaginando i reggimenti compatti di un secolo fa e non i terroristi che si nascondono e confondono tra la popolazione civile.

Apparentemente, nel dibattito di martedì, si è meglio districato Marco Rubio, anch’egli di origine latinoamericana, che però non ha le simpatie del Tea Party il cui beniamino è Ted Cruz.

Comunque sia, i sondaggi danno ancora il magnate del mattone in netto vantaggio sui “competitor” Rubio e Cruz, i soli ad inseguirli più da vicino. Dopo la pausa natalizia, in cui la politica solo in teoria dovrebbe deporre le armi, si assisterà allo sprint finale prima delle primarie.

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