In Italia lavorano 2,3 milioni di stranieri, ma la crisi ha pesato

Un operaio egiziano al lavoro in un cantiere nel centro di Milano in una foto d'archivio. ANSA / DANIEL DAL ZENNARO
Un operaio egiziano al lavoro in un cantiere nel centro di Milano in una foto d'archivio. ANSA / DANIEL DAL ZENNARO
Un operaio egiziano al lavoro in un cantiere nel centro di Milano in una foto d’archivio. ANSA / DANIEL DAL ZENNARO

ROMA. – In Italia vivono e lavorano 2,3 milioni di stranieri, un numero in crescita anche se, soprattutto con la crisi, la ricerca di un posto non sempre ha un ‘happy end’: tra il 2008 e il 2014 la disoccupazione tra chi giunge da fuori confine è raddoppiata. Eppure il 57% viene per trovare un impiego, seguono motivazioni di tipo familiare (39%), mentre solo una piccola quota, appena il 2%, è spinta da ragioni legate allo studio.

A fare il punto sul rapporto tra immigrati e mercato del lavoro è l’Istat. L’Istituto torna sul tema dopo l’ultimo report, realizzato nel 2008, quando la recessione non aveva ancora sprigionato i suoi effetti.

Da allora tante cose sono cambiate, l’Istituto di statistica parte dal contesto generale e dai numeri: tra i 15 e i 74 anni i cittadini con residenza italiana ma passaporto diverso sono poco meno di quattro milioni, dati del secondo trimestre 2014 alla mano, circa l’8,6% della popolazione, in rialzo del 58,8% a confronto con sei anni prima.

L’aumento delle teste non si è però tradotto in un parallelo incremento degli occupati. Ovviamente, in numero assoluto, crescendo la popolazione di riferimento, sono aumentati anche gli stranieri a lavoro (dal 2008 il rialzo è stato di quasi 700 mila unità), ma in proporzione, guardando alle percentuali, il segno meno ha predominato.

Con la crisi infatti la quota di stranieri a lavoro è calata di 6,3 punti percentuali, mentre per gli italiani la discesa si è fermata a 3 punti. Le stime più aggiornate dell’Istat, relative al terzo trimestre del 2015, parlano di una ripresa che tocca tutti a prescindere dalla cittadinanza, ma anche in questo caso i miglioramenti più netti si riscontrano per gli italiani.

Nonostante ciò gli arrivi dall’estero non si fermano e la ragione che porta chi è nato in un altro Paese a migrare nella Penisola è proprio la ricerca di un impiego: è questa motivazione a muovere il 70,5% degli uomini. Tra le donne invece il fattore principale è rappresentato dalla famiglia (51,2%).

Ma non è sempre così, molto dipende dalla nazionalità: ci sono Paesi in cui le donne vanno via non per ricongiungersi a mariti e figli ma per ottenere un impiego, è il caso delle ucraine (79,8%), delle filippine (75,6%) e delle moldave (71,9%). E si tratta di valori addirittura più alti di quelli degli uomini loro connazionali.

La ricerca di un’attività avviene soprattutto attraverso il cosiddetto canale informale, ovvero amici e parenti. D’altra parte è così anche per gli italiani. Si affidano a conoscenti circa sei stranieri su dieci. Tra le difficoltà maggiori che si incontrano nella caccia all’impiego, vengono indicati, in ordine, la scarsa conoscenza della lingua italiana, il mancato riconoscimento del titolo di studio conseguito all’estero e motivi socio-culturali.

In generale, spiega l’Istat, non essere “italiano dalla nascita viene percepito un ostacolo dal 36,2% degli stranieri”. Ecco che non di rado ci si deve accontentare di quel che si trova: il 29,9% dichiara di svolgere “un lavoro poco qualificato rispetto al titolo di studio conseguito e alle competenze professionali acquisite”.

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