Petrolio: il peggior avvio d’anno di sempre, incubo 30 dollari

Pubblicato il 07 gennaio 2016 da redazione

petrolio

ROMA. – Il peggior inizio anno della storia, 100 miliardi di dollari di capitalizzazione andati in fumo in una settimana, un futuro sempre più incerto con il prezzo che sembra puntare inesorabile sotto quota 30 dollari. L’allarme Cina e la sovrapproduzione mettono ancora in ginocchio il mondo petrolifero, incapace di prendere la via del recupero malgrado le forti tensioni in Medio Oriente che, in passato, hanno sempre messo il turbo alle quotazioni.

La situazione del settore appare in tutta la sua gravità guardando alle quotazioni dal primo gennaio a oggi. Il petrolio americano Wti ha perso infatti circa il 12% nei primi quattro giorni di scambi del 2016 e oggi è sceso sotto quota 33, chiudendo poi a 33,27 dollari, con il petrolio Opec piombato sotto la soglia dei 30 dollari per la prima volta dal 2004: si tratta di un crollo molto più consistente di quello già cospicuo registrato lo scorso anno, quando il mercato rispose con una flessione dell’8,7% alla decisione dell’Opec di mantenere invariate le quote di produzione, il cui obiettivo era mettere in difficoltà gli operatori dello shale oil americano.

Una strategia che, almeno da questo punto di vista, appare vincente, se, come ha rilevato Standard & Poor’s nei giorni scorsi, un quarto dei default dello scorso anno (29 casi) ha riguardato proprio il settore dell’oil and gas e in particolare i produttori americani.

Ma con il petrolio a 30 dollari, una soglia che ormai gli analisti considerano possibile, anche la strategia dell’Opec potrebbe mostrare la corda: tuttavia la consistente sovrapproduzione e la situazione cinese, che non appare più come la gallina dalle uova d’oro per le big del greggio, pesano sull’altro piatto della bilancia.

La prova che il mercato è decisamente saturo sta anche nel mancato ‘risveglio’ dei prezzi in seguito alla gravissima crisi di questi giorni tra Arabia Saudita (che intanto valuta la quotazione in Borsa del colosso Aramco in una chiave di maggiore “trasparenza”, ma forse anche per rastrellare fondi in una fase così difficile) e Iran, dietro cui secondo molti si cela proprio una guerra del petrolio in vista del ritorno di Teheran all’export in seguito alla fine delle sanzioni.

E così non solo le compagnie riducono gli investimenti, ma si trovano anche a fare i conti con un crollo in Borsa senza precedenti: da inizio anno, secondo i calcoli dell’agenzia Bloomberg, hanno bruciato oltre 100 miliardi di dollari di capitalizzazione. Anche oggi il segno meno è stato generalizzato: Royal Dutch Shell -2,8%, Total -2,4%, mentre Eni limita le perdite a -0,7%, per guardare solo all’Europa.

Il futuro, insomma, è decisamente incerto per un settore che negli anni passati aveva vissuto un lungo periodo di vacche grasse con quotazioni arrivate a un passo dai 150 dollari: “Potrebbe andare ancora più giù – ha osservato oggi l’ad di Statoil Eldar Saetre – e questo sottolinea l’incertezza. Abbiamo ancora una situazione di squilibrio del mercato”.

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