Al Qaida minaccia l’Italia, “che ha occupato la Libia”

Pubblicato il 14 gennaio 2016 da redazione

base-alqaida

ROMA. – Al Qaida minaccia l’Italia, “che ha occupato la Libia”, l’Isis avanza a est e ovest di Sirte. In questo preoccupante scenario, il premier designato Fayez al-Sarraj tenta di rispettare il termine di domenica previsto per l’annuncio della formazione del nuovo governo di unità nazionale. Ma le incognite sono ancora tantissime. E’ la Libia ancora attanagliata tra i difficili sforzi per riportare stabilità e la sfida terroristica lanciata dai seguaci di Ayman al Zawahri e Abu Bakr al Baghdadi.

Bollando l’intesa di Skhirat in Marocco tra le parti libiche come un “complotto” e accusando il nuovo governo di aver “venduto il proprio credo religioso” agli interessi stranieri, il numero due del ramo nordafricano di al Qaida, Abu Yusuf al Anabi, tuona contro l’Italia in un lungo video: “Ha occupato il Paese, Tripoli è ora governato da un generale italiano”.

Il riferimento probabilmente è al generale Paolo Serra, senior advisor militare dell’inviato speciale dell’Onu sulla Libia Martin Kobler. Il numero due dell’Aqmi si rivolge poi direttamente “ai nuovi invasori, i nipoti di Graziani (il generale della guerra dell’era fascista in Libia, ndr): vi morderete le mani pentendovi di essere entrati nella terra di Omar al Mukhtar (l’eroe della resistenza libica, ndr) e ne uscirete umiliati”.

Al Qaida, che accusa l’Occidente di aver “preso il controllo delle risorse libiche”, proclama che non accetterà mai l’intesa: “Non siamo un popolo che si arrende, dovrete passare sui nostri cadaveri. O vinciamo o moriamo”.

“Non è la prima volta che subiamo minacce attraverso dei video pubblicati proprio per darci la sensazione di un Paese sotto attacco”, ha sottolineato il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ricordando che l’Italia si è sempre considerata “un Paese esposto al rischio terrorismo”, e che “il nostro livello di allerta è un livello che anche dopo gli ultimi fatti di Parigi abbiamo elevato ulteriormente”.

Intanto l’Isis continua ad avanzare. I jihadisti hanno inviato negli ultimi due giorni armi pesanti e rinforzi nell’area del terminal petrolifero di Sidra, a est della roccaforte Sirte, considerato il cuore dell’economia dell’oro nero libico. Fonti della sicurezza affermano che nei combattimenti e nei rastrellamenti delle ultime ore, i jihadisti hanno catturato 150 persone, in gran parte militari in pensione e guardie degli impianti petroliferi.

“Giustizieremo alcuni prigionieri domani” a Ben Jawad, minaccia lo Stato islamico, che ha conquistato la cittadina strategica sulla costa centrorientale libica già da diversi giorni. Ma la notizia del sequestro non viene confermata dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: “Al momento non è una notizia che si possa confermare. Siamo in un momento delicatissimo in Libia in cui si accavallano notizie di ogni genere, e questa specifica credo che non abbia fondamento”, dice il titolare della Farnesina.

Intanto a sud di Ras Lanuf, altro terminal importante per il petrolio, è stato fatto saltare il principale oleodotto della regione, che pure era inattivo da oltre due anni. Mentre a ovest di Sirte, verso Misurata, testimoni raccontano di decine di pickup pesantemente armati arrivati a consolidare le postazioni jihadiste.

Intanto la presidenza del consiglio libico, sancita dagli accordi di Shkirat, ha firmato i primi decreti. Uno prevede la creazione di un comitato per la sicurezza. L’inviato speciale dell’Onu Martin Kobler ha salutato la decisione, e ha fatto appello a tutti i libici perché supportino la struttura e accettino il nuovo governo, che dovrebbe essere definito entro le prossime ore.

Ma i falchi a Tripoli e Tobruk continuano a volteggiare, fino a trovarsi sullo stesso fronte del ‘no’ gridato da al Qaida e dall’Isis. Scenari seguiti con grandissima preoccupazione dalle cancellerie occidentali, dove non si escludono più azioni di forza contro lo Stato islamico in Libia se i tentativi di Sarraj dovessero alla fine naufragare e la situazione precipitare.

Gentiloni ha voluto smentire qualsiasi presunta frizione con la Francia, che secondo alcune ricostruzioni giornalistiche scalpiterebbe per colpire subito l’Isis, prima della costituzione del nuovo governo. “C’è una collaborazione tra noi, Francia, Usa e altri” che hanno partecipato alla conferenza di dicembre a Roma. “Tutti convergono su un punto: la necessità di stabilizzare la Libia” per “impedire che diventi una Somalia a 300 km dalle nostre coste”, ha assicurato il ministro.

(di Claudio Accogli/ANSA)

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