Secondo l’Ue i conti dell’Italia a rischio per alto debito e banche

Pubblicato il 25 gennaio 2016 da redazione

Foto LaPresse 14-12-2013 Roma Cronaca Blitz alla Commissione Europea rappresentanza in Italia, sede in via Quattro Novembre

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14-12-2013 Roma
Cronaca
Blitz alla Commissione Europea rappresentanza in Italia, sede in via Quattro Novembre

BRUXELLES. – Per il momento i conti pubblici italiani tengono ma le sofferenze bancarie potrebbero metterli già a rischio nei prossimi mesi, visto l’alto debito pubblico che pone l’Italia tra i Paesi a rischio nel medio periodo. E se la riforma delle pensioni ha messo il Paese al sicuro per il futuro, resta il nodo del rispetto della regola Ue del debito: per questo serve una “forte determinazione nel migliorare la posizione fiscale”.

Per la riduzione effettiva del debito ed evitare una procedura, infatti, l’avanzo primario dovrebbe essere di almeno il 2,5%-3,8% su un arco di dieci anni, uno sforzo “estremamente ambizioso”, per non dire impossibile, che finora pochissimi tra i 28 sono riusciti a fare.

E’ l’analisi che emerge dal rapporto 2015 sulla sostenibilità delle finanze pubbliche della Commissione europea, che secondo il Mef invece “conferma ancora una volta che i conti pubblici italiani non presentano rischi nel breve termine e sono in assoluto i più sostenibili di tutti nel lungo termine”.

E il debito italiano, assicurano da Viale XX settembre, comincerà a scendere già da quest’anno. Lo studio di Bruxelles, infatti, ha sottolineato il vice ministro dell’economia Enrico Morando, “dice ciò che già sappiamo, ovvero che dobbiamo invertire la tendenza sul debito” invitando a “non esagerare”. Gli esperti di Bruxelles sono ottimisti sul 2016 e non vedono per l’Italia “stress” sui conti. Ma, avvertono, “la quota di non performing loans nel settore bancario potrebbe rappresentare una fonte importante di rischi di passività a breve termine”.

L’allarme della Commissione sul debito scatta infatti dal 2017: “i rischi sembrano essere alti nel medio termine”, dove l’Italia con il 133% di rapporto con il pil per il 2015 è particolarmente esposta per “l’alta sensibilità a possibili shock alla crescita nominale e ai tassi d’interesse”. Insomma, una nuova frenata della ripresa o un’altra crisi dello spread e i conti italiani finirebbero facilmente per deragliare, con una “probabilità dell’11% che il debito italiano nel 2020 sia maggiore che nel 2015”.

E in condizioni economiche normali come le attuali per far scendere il debito al 110% nel 2026 ci vuole comunque un avanzo strutturale costante al 2,5% – come richiesto da Bruxelles per il 2017, ma in realtà dato all’1,9% dalle previsioni di autunno – e invariato sino al 2026. Anzi, “se venisse rispettata la convergenza della bilancia strutturale verso gli obiettivi di medio periodo” e pur “in linea con l’aggiustamento fiscale” indicato nella Comunicazione sulla flessibilità, l’avanzo primario dovrebbe essere persino del 3,8%.

Un trend per la stessa Commissione “relativamente alto da mantenere per 10 anni”: solo l’1% tra i 28 è mai riuscito in un’impresa simile. Oltre all’Italia ci sono altri 10 Paesi (Belgio, Irlanda, Spagna, Francia, Finlandia, Gran Bretagna, Portogallo, Slovenia, Romania e Croazia) “ad alto rischio” sul medio periodo. Italia e Spagna, però, sono gli unici in cui i costi delle pensioni hanno un “effetto mitigante” sugli sforzi di aggiustamento. Purché, però, le riforme adottate siano “pienamente” applicate.

Il debito italiano era già finito a novembre sotto la lente di Bruxelles, nella procedura per squilibri macroeconomici eccessivi, su cui a fine febbraio arriveranno i rapporti Paese per Paese mentre a inizio mese sono attese le nuove previsioni economiche. E, dopo, la decisione sull’insieme delle flessibilità (riforme, investimenti, migranti) chiesto da Roma.

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