Partono le privatizzazioni in Russia, ma il Cremlino alza un muro

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MOSCA. – La situazione del bilancio statale è tale da non poter rimandare oltre le privatizzazioni. A dirlo, senza giri di parole, è il ministro per lo Sviluppo Economico Aleksey Ulyukayev. “La sfida – aggiunge – è farlo in modo efficiente e trasparente in condizioni di mercato sfavorevoli”. Non è affare da poco. Anche perché Vladimir Putin è stato chiaro: di vendere i gioielli di Stato “a prezzi stracciati” non se ne parla. E neppure di perdere le quote di controllo di aziende “strategiche” per la nazione. Paletti stringenti che fanno sorgere non pochi dubbi sulla sostenibilità stessa dell’operazione.

I caveat però non finiscono qui. La dottrina Putin prevede infatti che siano da escludere strutture off-shore dal ‘buffet’ prossimo venturo: le società acquirenti, insomma, dovranno ricadere sotto la giurisdizione russa. Chi metterà i quattrini, poi, dovrà avere una “strategia dello sviluppo”. Vietata inoltre la vendita a società in competizione tra loro, perché non compatibile con le regole del mercato.

Traduzione: improbabile che quote della Bashnesft passino alla LUKoil. L’ultimo diktat esclude infine che le acquisizioni possano essere finanziate con prestiti provenienti dalle banche di Stato. Se l’obiettivo è fare cassa, è il ragionamento ineccepibile del Cremlino, non serve procedere con alchimie contabili.

Secondo il quotidiano Kommersant, emerge un ritratto dell’investitore ideale: proprietari di grandi asset nazionali, che negli ultimi anni hanno registrato notevoli profitti, pronti a investire senza chiedere nulla in cambio tranne i possibili dividendi, rinunciando all’appoggio dello Stato. In pratica 10-20 persone in tutta la Russia: i padroni di Surgutneftegaz, LUKoil, Novatek, holding metallurgiche, e le più grandi banche private.

All’incontro con Putin erano presenti capi delle sanzionate Rosneft e VTB, nonché il direttore generale delle Ferrovie russe e il capo della Sovkomflot, grande compagnia di spedizioni marittime pronta da tempo alla privatizzazione; di particolare interesse la presenza dei direttori di ALROSA, Aeroflot e Bashneft (non a caso i titoli delle società hanno girato al rialzo). Assenti invece i top manager della Rostelcom, il che ne rende poco probabile la privatizzazione.

Detto questo, il Cremlino ha sottolineato che la lista delle società da vendere “non è ancora pronta” e che il presidente ha incaricato il governo di occuparsene. “La Russia – ha sottolineato il portavoce – è aperta agli investimenti stranieri”, cercando così di minimizzare le critiche di chi sostiene l’esatto contrario. Eppure, notano diversi analisti, il ‘firewall’ alzato dal Cremlino renderà difficile arrivare a quota 10-15 miliardi di dollari di introiti, cifra stimata necessaria per arginare l’emorragia delle casse pubbliche.

Stando a Vedomosti, o il Cremlino punta a una divisione degli asset statali “a prezzi vantaggiosi” sfruttando il momento giusto, e qui bisogna vedere come verrà gestita la ‘glasnost’ voluta da Putin, oppure le privatizzazioni in realtà non le si vuole fare proprio perché il ‘cerchio magico’ del presidente è restio “a disfarsi di beni che può influenzare”. Se però l’operazione dovesse andare in porto, il presidente di Banca Intesa Russia Antonio Fallico vede per l’Italia “opportunità importantissime, soprattutto nel settore energetico”.

(di Mattia Bernardo Bagnoli/ANSA)