Trump twitta Mussolini: “Meglio un giorno da leoni che 100 anni da pecora”

Pubblicato il 28 febbraio 2016 da redazione

"Meglio vivere un giorno da leone che 100 giorni da pecora". Donald Trump ritwitta il 28 febbraio 2016 una frase di Benito Mussolini

“Meglio vivere un giorno da leone che 100 giorni da pecora”. Donald Trump ritwitta il 28 febbraio 2016 una frase di Benito Mussolini

NEW YORK. – “Meglio un giorno da leoni che 100 anni da pecora”. Donald Trump ritwitta una frase di Benito Mussolini dall’account ‘ilduce2016′. E subito una pioggia di critiche lo travolge. L’ennesima gaffe del vulcanico tycoon? Neanche per sogno. In tv dice di sapere benissimo di chi era quella frase. E anzi la rivendica: “E’ bella, interessante, mi piaceva come suonava. Che male c’è?”.

Forte dei recenti successi al voto e in testa ai sondaggi, Trump fa sfoggio di sicurezza. “Ho milioni di follower, ci sarà un motivo”, afferma davanti alla telecamere dei maggiori network americani, con le quali si rifiuta anche di prendere le distanze dai suprematisti bianchi del Ku Klux Klan, di cui pure aveva ritwittato alcune ‘prodezze’. La frase del Duce cinguettata da Trump, si viene a sapere poi, è ripresa da un account ‘trappola’, con la foto di Mussolini ritoccata con gli svolazzanti capelli biondi di Trump, creato lo scorso anno da Gawker, il sito di gossip newyorkese.

“Abbiamo creato quell’account per vedere se Donald Trump era abbastanza stupido da ritwittarlo. Lo è stato!”, lo ha sbeffeggiato Gawker. Ma non è affatto chiaro se Trump sia realmente caduto nella trappola o se la sua sia stata una provocazione voluta, come molte di quelle che finora ha lanciato e che gli sono valse una valanga di voti.

Mentre sui social infuria la polemica infatti (sdegno lo esprime anche l’attrice Mia Farrow), il tycoon va avanti per la sua strada, attaccando tutto e tutti. Anche il giudice che si occupa del caso della ‘Trump University’, ostile nei suoi confronti, a suo dire, perché ispanico. Non viene risparmiato neanche il procuratore di New York, Eric Schneidermann, che ha presentato la causa contro la sua università nell’ambito di una “cospirazione che include anche il presidente Barack Obama”.

L’obiettivo del magnate adesso è il Supertuesday del primo marzo, che potrebbe consegnargli anzitempo la nomination o almeno fargli compiere un passo decisivo verso la vittoria. Uno scenario vissuto con terrore dal partito repubblicano, impegnato in questi giorni nella missione disperata – ormai quasi impossibile – di fermare Trump nella sua “catastrofica” ascesa verso la nomination.

Finora tutti i tentativi della destra sono falliti. L’ultimo è una sorta di ‘piano B’ con Mitt Romey: se Rubio non dovesse vincere in Florida, l’ex candidato repubblicano sconfitto da Barack Obama nel 2012 sarebbe pronto a (ri)scendere in campo. Secondo indiscrezioni ripresa dalla stampa americana al piano anti-Trump starebbero lavorando i fratelli Koch, considerati i burattinai della destra americana per il fiume di dollari spesi per influenzare la politica, che avrebbero accumulato 75 milioni di dollari da usare contro il tycoon.

Se anche questi ultimi tentativi dovessero fallire, i repubblicani potrebbero addirittura guardare di buon occhio una discesa in campo di Michael Bloomberg, l’indipendente ex sindaco di New York, che dovrebbe sciogliere le riserve su una sua possibile candidatura nei primi giorni di marzo.

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