Usa 2016: Bloomberg si chiama fuori, non vincerei

Pubblicato il 07 marzo 2016 da redazione

blomberg

WASHINGTON. – Si profila sempre di più una sfida ‘ultima’ Hillary-Trump nella corsa per la Casa Bianca adesso che anche le voci su una discesa in campo di Michael Bloomberg vengono definitivamente smentite, dall’ex sindaco di New York in persona che afferma: “Non mi candido, se corressi non vincerei”.

Si erano fatte sempre più insistenti nelle ultime settimane le indiscrezioni secondo cui Bloomberg stesse valutando di lanciare la sfida, alla ex segretario di Stato come al tycoon del mattone, candidandosi in qualità di indipendente. Ma è lo stesso Bloomberg a confermare, con un intervento a sua firma, che sì gli è stato chiesto, gli è stato anche posto come una questione di “dovere patriottico”, che lui ci ha pensato seriamente, ma che ha deciso di desistere.

Una buona notizia per Hillary Clinton se è vero, come hanno segnalato alcuni sondaggi, che l’ex sindaco di New York avrebbe potuto strappare più consensi a lei che a Bernie Sanders sul fronte democratico. Ma il senatore liberal del Vermont non è ancora pronto a dare partita vinta ed è determinato a duellare con la frontrunner portandola su quello che è il loro terreno di scontro per eccellenza: Wall Street, le banche.

Temi questi su cui interviene anche Barack Obama per difendere il suo operato dalle critiche che piovono, sottolinea lo stesso presidente, sia da destra che da sinistra: “Le leggi di riforma hanno funzionato”, ha affermato. Oggi “è popolare nei media e nei discorsi politici, sia a sinistra che a destra, suggerire che le crisi sono successe e che nulla è cambiato. Ma questo non è vero”.

Una frecciata, dunque, non solo ai candidati repubblicani, ma probabilmente anche a certi attacchi alla riforma di Wall Street sferrati da Sanders, che è molto critico di diverse delle decisioni prese da Obama di fronte alla grande crisi, a partire dal salvataggio dell’industria dell’auto. Su questo litiga con Hillary, e dimostra di avere ancora voce per sfidarla.

Lo fa con convinzione durante il duello tv che è il primo confronto tra i due dopo il Super Tuesday e il Super Saturday che hanno conferito un notevole vantaggio di voti (tradotti anche in delegati) per la ex segretario di Stato, ma cui il senatore liberal sembra fare poco caso quando, con vigore, torna a ad elencare punto per punto ciò che lo differenzia dalla sua rivale. Così, uno per uno, vengono al pettine i nodi dei contendenti che rappresentano le due anime del partito democratico.

E accade a Flint, in Michigan, la città dell’acqua killer, emblema del malgoverno e del sistema che ‘tradisce’ gli americani. Una citta’ working class e nera, nel cuore dello Stato di Detroit -la città ‘abbandonata’ simbolo della crisi e chiave della ripresa- che vota per le primarie martedì. Questa è la ‘Rust Belt’ (con Ohio e Pennsylvania), tradizionalmente operaia, tradizionalmente democratica.

Ma qui Donald Trump è venuto a mordere e portare via fette di elettorato bianco e working class, lo zoccolo duro del fenomeno Trump. Vuole dalla sua parte i ‘democratici reaganiani’, che si sentono lontani da un partito considerato ormai attento soprattutto da interventi di welfare e alle minoranze. Ancora una volta è la rabbia e l’insoddisfazione che Trump viene a prendersi qui, prima di volare in Florida, la sua ‘seconda casa’, dove vuole chiudere la partita con una sfida a due e il bersaglio è Ted Cruz.

Il senatore del Texas intanto spera e prova a spingere e costruire sul risultato del Super Saturday che, se non gli dà grande vantaggio di delegati, gli dà il margine per accreditarsi come l’unico che può fermare Trump. Perché Marco Rubio ha se strappato una vittoria a Puerto Rico, per il resto non vince ancora nulla e la sua Florida non è affatto scontata.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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