Venezuela: Collettività in lutto. Libertà di stampa in pericolo

Pubblicato il 15 marzo 2016 da redazione

CAR01. CARACAS (VENEZUELA), 30/05/2015.- Un grupo de personas participa en una manifestación contra el Gobierno de Venezuela hoy, sábado 30 de mayo del 2015, en la ciudad de Caracas (Venezuela). Decenas de miles de venezolanos marcharon hoy en varias ciudades del país en respaldo a las peticiones de los líderes opositores encarcelados Leopoldo López y Daniel Ceballos, quienes se mantienen en huelga de hambre reclamando, entre otras cosas, la liberación de los políticos presos y una fecha para las elecciones parlamentarias. EFE/MIGUEL GUTIÉRREZ

CAR01. CARACAS (VENEZUELA), 30/05/2015.- Un grupo de personas participa en una manifestación contra el Gobierno de Venezuela hoy, sábado 30 de mayo del 2015, en la ciudad de Caracas (Venezuela). Decenas de miles de venezolanos marcharon hoy en varias ciudades del país en respaldo a las peticiones de los líderes opositores encarcelados Leopoldo López y Daniel Ceballos, quienes se mantienen en huelga de hambre reclamando, entre otras cosas, la liberación de los políticos presos y una fecha para las elecciones parlamentarias. EFE/MIGUEL GUTIÉRREZ

Tre morti ammazzati, in poco più di quindici giorni. Tanti. Tanti anche per una comunità assai numerosa e profondamente integrata come lo è la nostra. Tantissimi per una collettività, quella abruzzese, tra le più presenti nel Paese.

Prima, Dino Rubens Tomassilli, 25 anni originario di Pratola Peligna, freddato con un colpo di pistola alla testa esploso con feroce determinazione; poi, Matteo Di Francescoantonio, 21 anni, di Popoli, ucciso con tre colpi di pistola sparati da distanza ravvicinata.

E ora, appena qualche giorno fa, l’omicidio di Maurizio Alberto Celli Uresi, 54 anni, ingegnere di Penna Sant’Andrea, anch’egli assassinato a colpi di pistola sparati alla testa mentre si presume tentava la fuga per non farsi togliere l’automobile, un Toyota Hillux color vinaccia.

Nessuno, ormai, può considerarsi a salvo. La delinquenza agisce indisturbata, impunemente. E il governo osserva inerme, incapace di porre argine alla microcriminalità dilagante che agisce spavalda. Poco importa se la vittima reagisce o se, docile, obbedisce agli aggressori. La sua vita pende da un filo. Una parola, un gesto. Basta un nonnulla, per provocare la reazione adirata dei malviventi. Lo stato d’animo dell’aggressore può significare la differenza tra la vita e la morte.

L’impunità con cui agiscono i malviventi, sempre più giovani e sempre più spietati; l’indifferenza delle Forze dell’Ordine, sempre più mal pagate e sempre meno incentivate; la diffidenza nei confronti di chi dovrebbe proteggere i cittadini, troppe volte coinvolti in azioni delittuose; e il discredito delle istituzioni preposte a castigare i delinquenti, contribuiscono al clima di esasperazione che, in taluni casi, esplode con violenza.

Sono gli episodi di linciaggio in cui l’indignazione si trasforma in brutale aggressione; in cui la disperazione porta a crimini collettivi orribili, in cui cospargere di benzina il malvivente per poi dargli fuoco si trasforma in un rito partecipato. Scene raccapriccianti che si credeva fossero possibili solo nei film di “Tarantino” sono invece sempre più frequenti in Venezuela.

La delinquenza dilaga. I “sequestri-express” sono sempre più frequenti, si moltiplicano, diventano parte della quotidianità. I fatti di cronaca che in passato erano motivo di sorpresa, stupore e sbalordimento, oggi sono ignorati. Ci si è assuefatti. Lo straordinario è consuetudine.

Lo scorso anno, stando all’“Observatorio Venezolano de la Violencia”, le vittime della criminalità sono state 27mila 875, 90 per ogni 100mila abitanti. Un eccidio. Le cifre, rese note dall’Ong, sono state pubblicamente smentite dalla Procuratrice Luisa Ortega Dìaz che ha informato che nel 2015 i morti ammazzati sono stati 17mila 778. Ovvero, circa 70 per ogni 100mila abitanti. Se si fa un semplice esercizio di matematica e si distribuiscono equamente nell’arco di 365 giorni, diventano 48 morti quotidiane.

Una carneficina senza precedenti. E la tendenza è alla crescita. A gennaio, infatti, le vittime della violenza, sono state 474, 27 più dello scorso anno. Sono queste cifre frutto del lavoro certosino dei giornalisti di cronaca, e dei ricercatori di Ong dedite allo studio della violenza nel Paese. Purtroppo, l’ermetismo delle autorità di polizia non permette l’accesso a quelle ufficiali.

Ci si sente indifesi. E si tratta di porre a salvo le persone care. Aumenta così, il numero dei giovani che si trasferiscono altrove, e quello delle famiglie che si disintegrano. Si torna a emigrare. C’è chi si reca in Europa e chi, invece, preferisce gli Stati Uniti. Ma c’è anche chi sceglie i paesi dell’America Latina. Ad esempio, il Cile, il Perù e anche la Colombia, qualche anno fa sconvolta dalla violenza provocata dalla guerriglia e dal narcotraffico ma ora molto più sicura del Venezuela. C’è poi chi si reca in Ecuador o Bolivia, paesi tradizionalmente d’emigrazione e non d’immigrazione.

La crisi economica, la radicalizzazione delle passioni politiche, la diatriba sempre più accesa tra Governo e Parlamento non contribuiscono a creare un clima di serenità. Al contrario, fanno temere che l’esasperazione possa trasformarsi in intolleranza, e l’intolleranza in violenza. C’è timore di un’esplosione sociale.

Alla vigilia delle manifestazioni incrociate del fine settimana, indette da Governo e Opposizione, l’Unità di Crisi del Ministero degli Affari Esteri, attraverso una circolare pubblicata sul proprio sito, nel capitolo “Viaggiare Sicuri”, ha raccomandato “ai connazionali presenti nel Paese di adottare la massima prudenza, evitando ogni manifestazione e assembramento, mantenendosi aggiornati il più possibile sugli eventi in corso e limitando allo stretto necessario gli spostamenti durante la giornata”.

Suggerimento, questo, colto a volo dai membri del Comites che immediatamente hanno sospeso l’assemblea in programma a Maracay. Si è svolto con normalità, invece, l’incontro organizzato da Fegiv a Valencia; incontro al quale ha assistito la Console Taschini.

Mentre il dibattito politico si fa sempre più aspro, l’annuncio del nuovo schema del controllo dei cambi, atteso con ansia da produttori e commercianti, è stato accolto con freddezza e delusione. Gli esperti stimano che più che aiutare a superare le difficoltà economiche del paese inciderà negativamente sull’evoluzione dell’inflazione. La spirale dei prezzi, nonostante i controlli, è destinata ad accelerare. Alla fine dell’anno l’inflazione potrebbe superare il 300 per cento e trasformarsi definitivamente in iperinflazione.

Il nuovo schema dei cambi stabilisce per alcune importazioni di generi alimentari, di prodotti di prima necessità, di medicine e per permettere agli studenti di frequentare scuole e università all’estero, un tasso di cambio a 10 bolìvares il dollaro. Il resto delle importazioni si realizzeranno, invece, a un tasso di cambio unico flessibile il cui valore è stabilito dalla domanda e l’offerta. Invariato tasso e modalità di distribuzione della valuta per coloro che si recheranno all’estero.

Sebbene intrinseco nel nuovo schema cambiario vi è il riconoscimento della necessità di un unico tasso di cambio, resta il profondo divario tra il costo della valuta ufficiale e quello del mercato nero. Il controllo dei cambi, come in passato, è un meccanismo che permette la discrezionalità nell’assegnazione della valuta agli importatori. Quindi, fonte di corruzione.

A rendere ancora più preoccupante la situazione del Paese, gli incrementi nel costo del trasporto pubblico. Questo inciderà principalmente sull’economia di chi vive nelle “città-dormitorio”.

In ultimo, la condanna a 4 anni di prigione del Direttore del giornale “Correo del Caroní”. David Natera, ritenuto colpevole di diffamazione e ingiuria. Era stato denunciato in seguito ad un’inchiesta in cui si metteva in luce la presunta corruzione esistente nelle industrie di Guayana. In particolare nella statale “Ferrominera”. L’inchiesta è stata portata avanti con determinazione.

Il “Correo del Caroní” è stato condannato a pagare una multa assai elevata che potrebbe provocare la chiusura definitiva del Giornale. Il giornale del Caronì, per mancanza di materie prime, già da tempo era stato obbligato a trasformarsi da quotidiano a settimanale.

La condanna del Direttore del “Correo del Caronì” è stata interpretata come un attacco alla libertà di stampa. La decisione del Tribunale stabilisce un pericoloso precedente. Qualunque giornalista può essere condannato a prigione per ciò che scrive anche se, come nel caso delle industrie di Guayana, vi sono indagini in pieno svolgimento.

Il giornalismo d’inchiesta, quello che in altri paesi come ad esempio ora in Brasile ha portato alla luce casi di corruzione e gli intrecci tra politica e malaffare, potrebbe subire una pericolosa battuta d’arresto.

(Mauro Bafile/Voce)

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