Al CineCelarg3: La classe operaia va in Paradiso

Pubblicato il 19 marzo 2016 da redazione

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SÁBADO SELECTO: 19/03/2016.

2:30 p.m. ENTRADA LIBRE

LA CLASE OBRERA VA AL PARAÍSO (La classe operaia va in paradiso) Italia, 1971. 125 min

Director: Elio Petri
Guión: Elio Petri, Ugo Pirro
Música: Ennio Morricone
Fotografía: Luigi Kuveiller
Reparto: Gian Maria Volonté, Mariangela Melato, Gino Pernice, Salvo Randone, Luigi Diberti, Donato Castellaneta, Giuseppe Fortis, Corrado Solari, Flavio Bucci, Carla Mancini, Mietta Albertini, Renata Zamengo, Marisa Rossi, Ezio Marano, Federico Scrobogna
Productora: Euro International Film (EIA)

Sinopsis: Denuncia de las condiciones laborales en las fábricas a través de la historia de un obrero modelo que, a raíz de un accidente, se hace sindicalista.

Premios
– Festival de Cannes: Palma de Oro – mejor película
– Premios David di Donatello: Mejor película (ex-aequo)

EL PARAÍSO PERDIDO
Este film es de 1971, es bueno tener esto en mente al verlo para poder apreciarlo en su justo contexto. Ya la crisis del comunismo soviético estaba presente, es más el mismo director del film, Elio Petri, militante comunista, se habría alejado del partido después de la brutal represión contra la rebelión húngara de 1956.

Por ello la película está mas llena de preguntas que de certezas, va a contracorriente del lamentable “realismo socialista” impuesto por el estalinismo. Posee algo entrañable que lo hace muy humano y fraterno con una deriva poética que surge cada tanto, envolviendo el film en una suerte de sueño compartido, de hermosa reflexión sobre la alienación y la libertad del hombre.

“Un hombre tiene derecho a saber lo que hace y para qué sirve” dice en algún momento Militina el viejo obrero comunista recluido en un manicomio, otorgando sentido coloquial al viejo concepto marxista más tarde reelaborado por Lucáks de la “reificación”: el hombre devenido objeto puro, parte integrante de una máquina de la que forma parte pero cuyo objetivo desconoce.

Su trabajo no le pertenece y él no sabe muy bien qué sentido tiene hacerlo. A través de Militina Petri anuncia la irrupción de una imagen que se convierte en metáfora, ¿política? No, más bien poética y ella es: El Muro. El muro que los hombres construyen día a día con su trabajo alienado, el muro que no está fuera sino dentro, la pared que nos separa de los otros y de nosotros mismos y quizás también nos aleja de la felicidad.

La elemental anécdota de Lulú el obrero estajanovista que por accidente resulta mutilado y ello le cambia la vida, lo descarrila, por decirlo de alguna manera, de la cadena de montaje da pie a una obra reflexiva mas no discursiva, en algunos momentos mucho más lírica que social, aunque el tema sea la clase obrera. Ello representa un logro particular de Petri, al instalar un cierto escepticismo en un discurso que más convencionalmente tratado perdería todos los valores y virtudes que posee.

La duda invade la vida del obrero, y después de un errático circunloquio Lulú vuelve a la fábrica, reclamado por aquellos a los que despreciaba. Los “reformistas” que diría algún fanático, pero que le permiten recuperar su medio de vida.

En un cierre antológico el director dispersa los trozos del sueño entre los obreros, no es únicamente la acción de las manos ajustando una pieza de un motor que nunca verán, es el anhelo compartido, el deseo colectivo de una salida social a una realidad dura y en ocasiones insoportable.

JACOBO PENZO

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