Due pesi due misure, una costatazione amara

Pensioni pagate al tasso di cambio “Dipro” di 10 bolívares il dollaro, esistente solo nei discorsi ufficiali delle autorità monetarie, nei documenti legali destinati agli organismi internazionali o in quelli che arricchiscono la burocrazia nazionale e nel “realismo magico” di chi disegna la propaganda ufficiale. Servizi consolari offerti, invece, al tasso di cambio Dicom che ha già superato la barriera dei 350 bolìvares il dollaro.

Due pesi e due misure. Lascia perplessi. Crescono nella collettività delusione e amarezza, accompagnate da una profonda sensazione di frustrazione. La crisi economica in Venezuela si fa sempre più acuta. Ormai non si parla più d’inflazione, come ad inizio dell’anno, ma di iperinflazione.

Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, che per fine anno prevedeva un incremento del costo della vita del 720 per cento, ha corretto le proiezioni riconoscendo per la prima volta l’esistenza di una spirale iper-inflazionistica che si calcola attorno al 2.200 per cento, per la fine dell’anno.

I prezzi dei prodotti, ormai, subiscono variazioni quotidiane che rendono l’esistenza dei connazionali, anche di chi fino a ieri viveva negli agi, sempre più in salita.

I nostri pensionati, non ci stancheremo mai di sottolinearlo, soffrono oggi le conseguenze di un calcolo delle pensioni che l’Inps realizza prendendo come riferimento il tasso di cambio “Dipro”, quello che esiste solo nei documenti ufficiali.

Così, dopo una vita di lavoro, i connazionali più anziani sono esposti al disagio e all’umiliazione di dover chiedere aiuto all’ufficio “Assistenza sociale” del nostro Consolato per acquistare una medicina o per arrivare a fine mese.

E’ giusto riconoscere alla nostra Ambasciata lo sforzo fatto per sensibilizzare le autorità italiane competenti. Con altrettanto impegno, hanno spezzato lance, e continuano a spezzarne, a favore dei nostri pensionati gli eletti all’estero – in primis l’on. Fabio Porta, che in Venezuela è di casa; e il Senatore Claudio Micheloni, che ha preso a cuore il caso venezuelano nonostante sia stato eletto nella circoscrizione Europa -.

Passi avanti, non c’è dubbio, ne sono stati fatti. Ma la burocrazia italiana è lenta, troppo lenta. Lo è anche quando, come nel caso del Venezuela, non si tratta solo di giustizia e di restituire dignità al cittadino, ma soprattutto di metterlo di condizione di sopravvivere alle difficoltà di un paese colpito da una crisi economica senza precedenti.

Intanto, i prezzi dei beni di prima necessità e delle medicine – almeno di quelle che ancora sono presenti nel mercato – crescono in maniera esponenziale. Per l’acquisto del carrello della spesa a febbraio, stando all’ultima ricerca del Cenda, l’organismo della Federazione dei Maestri che segue periodicamente l’evoluzione dei prezzi, erano necessari 121.975 bolìvares. Cioè, l’equivalente a 18,3 salari. Oggi un operaio guadagna circa 12 mila bolìvares al mese.

L’amarezza è grande quando si costata che si usano due pesi e due misure. Oggi la stragrande maggioranza dei servizi consolari sono fuori dalla portata dei connazionali. Il loro costo è tale da trasformarsi in odiosa discriminazione. I primi a soffrirla sono proprio i pensionati. Ma non solo. Ne sono vittime anche i giovani che fanno i primi passi nel mondo del lavoro e per il momento ricevono uno stipendio di poco superiore al salario minimo.

E’ lecito chiedersi perché se le tariffe per i servizi consolari si calcolano al tasso di cambio Dicom (il costo del dollaro ha già superato i 350 bolìvares), per le pensioni si prende come tasso di riferimento il Dipro (10 bolìvares il dollaro); un livello che castiga severamente il potere d’acquisto dei connazionali.

Perché si autorizza il Consolato a calcolare le tariffe a un tipo di cambio che fa lievitare i prezzi fino a raggiungere livelli inaccessibili per le fasce di connazionali più esposti ai rigori della crisi, mentre gli si elemosina una manciata di euro, che non incide certo sul volume della spesa pubblica italiana.

Sono domande che attendono una risposta. Ma questa, qualora dovesse arrivare, non renderà meno amara la costatazione che esiste una odiosa discriminazione; che ci tocca vivere “un realismo magico” diventato ormai per tanti solo un “incubo”.