Allarme Cameron, con Brexit l’Europa rischia la guerra

Pubblicato il 09 maggio 2016 da redazione

cameron

LONDRA. – Se lo spettro di una guerra in Europa, evocato da David Cameron fra le potenziali conseguenze a lungo termine di un’eventuale Brexit, appare (per ora) piuttosto improbabile, concreto e incombente è il rischio che l’ipotetico divorzio di Londra da Bruxelles possa aprire il vaso di Pandora. Con un effetto domino in grado di mettere in discussione, forse, l’intero disegno europeo.

A testimoniarlo è un sondaggio di Ipsos Mori, secondo il quale l’esempio britannico fa proseliti: tanto che anche il 58% degli italiani e il 55% dei francesi, tradizionalmente europeisti, affermano di volere un referendum per decidere del destino dei rispettivi Paesi, dentro o fuori l’Ue, esattamente come quello che si terrà nel regno il 23 giugno.

Sintomo evidente di una generale mancanza d’entusiasmo, commenta il Financial Times. Secondo la stessa rilevazione, del resto, in Germania, Italia, Svezia e Ungheria più della metà degli elettori è convinta che l’eventuale abbandono del Club dei 28 da parte della Gran Bretagna a giugno spingerebbe altri Stati ad accodarsi verso l’uscita.

E gli italiani, spiega Bobby Duffy di Ipsos Mori, risultano oggi i più determinati nel chiedere di poter andare alle urne e avere voce in capitolo anche loro sul dossier, proprio come i sudditi di Sua Maestà. I cittadini della Penisola sembrano essere inoltre diventati fra i più euroscettici: il 48% dichiara fin d’ora di volere il Paese fuori dall’Ue, contro il 41% dei francesi e il 34% dei tedeschi. E se solo il 35% dei britannici prevede che una Brexit sia davvero imminente, la percentuale schizza al 60% fra gli italiani.

Un epilogo che Cameron, dopo aver spalancato in prima persona le porte al referendum per calcoli di politica interna e sperando di tener buoni i molti anti-Ue del suo Paese e del suo partito, è peraltro deciso ora a scongiurare. I sondaggi ufficiali indicano un testa a testa. Quelli ufficiosi, fatti circolare alla City, tendono invece a escludere, salvo sorprese o eventi devastanti dell’ultimo minuto, il divorzio.

Ma lui non vuol più correre rischi. Sceso ormai decisamente in campo per il no alla Brexit nella campagna referendaria, il primo ministro conservatore non esita adesso ad alzare i toni a un mese e mezzo dal voto. Fino a fare aleggiare l’incubo di una nuova guerra nel vecchio continente, qualora Londra scegliesse la via “dell’isolazionismo”. Un passo che metterebbe in crisi non solo i suoi interessi economici, ma soprattutto un equilibrio che in questi decenni è stato garanzia di pace.

Intervenendo in coppia con l’ex ministro degli Esteri laburista David Miliband a una manifestazione, l’inquilino di Downing Street ha ricordato il ruolo fondamentale del progetto e delle istituzioni comunitarie per la riconciliazione fra Paesi combattutisi sanguinosamente nella Prima come nella Seconda Guerra Mondiale. Cameron ha insistito che una Gran Bretagna europea significa non solo un Paese “più prospero”, ma “più forte e più sicuro”.

Caustica la risposta dell’ormai ex sindaco di Londra, Boris Johnson, capofila non ufficiale dei “brexiters”, secondo il quale “non è una cosa seria” ricorrere agli allarmismi. Tanto più che il medesimo “Cameron era pronto fino a qualche mese fa a sostenere la campagna per la Brexit qualora non avesse ottenuto riforme sostanziali da Bruxelles”.

Non solo: Johnson ha anche replicato che “la garanzia di pace e stabilità è arrivata” semmai “dalla Nato”, denunciando come una minaccia per l’Alleanza Atlantica “la pretesa dell’Ue di avere una politica estera e di difesa” autonoma e imputandole la colpa della crisi in Ucraina e nei rapporti con la Russia.

Infine, aggrappandosi all’amato Winston Churchill, al quale ha dedicato una biografia di successo, il biondo Boris ha sentenziato: “Per Churchill l’unione dei Paesi europei aveva sì i suoi meriti, ma la Gran Bretagna non avrebbe mai dovuto farne parte”.

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