Europarlamento, la Cina non è un’economia di mercato

Cina-economia

STRASBURGO. – L’Europarlamento dice no al riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina, che secondo Pechino dovrebbe scattare automaticamente a dicembre, a 15 anni dall’avvio della procedura di accesso al Wto.

“La Cina non è un’economia di mercato” ed “ancora non soddisfa i cinque criteri stabiliti dalla Ue” per concedere il Mes eliminando il dirigismo e liberalizzando il tasso di cambio, hanno scritto gli europarlamentari in una risoluzione ‘bipartisan’ firmata da popolari (Ppe), socialisti (S&D), liberali (Alde), conservatori (Ecr) e Verdi è passata praticamente all’unanimità (546 sì, 28 no e 77 astenuti), raggiunta dopo un intenso lavoro diplomatico dietro le quinte.

Un voto “importantissimo” ed in piena sintonia con la posizione dell’Italia, lo definisce il neoministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda. Alla vigilia del Consiglio Esteri-Commercio, che avrà anche il tema della Cina sul tavolo, ricorda che per il governo gli strumenti di difesa commerciale “non solo vanno tenuti in piedi ma rafforzati”.

Il documento non è vincolante e non chiude la partita. Semmai la apre, avvicinando la Ue alle posizioni Usa e lanciando un forte messaggio politico di pre-posizionamento: per difendere l’industria, il pil ed i posti di lavoro in Europa la Commissione dovrà mantenere i meccanismi anti-dumping ed “opporsi a qualsiasi concessione unilaterale” dello status di economia di mercato. Insomma, niente fughe in avanti da parte di paesi o settori industriali.

E se l’esecutivo Ue, nella fase finale del negoziato, fosse spinto a soluzioni di compromesso troppo morbide, il Parlamento ha sostanzialmente detto di essere pronto alla bocciatura quando sarà chiamato ad approvare la proposta legislativa in co-decisione.

Strasburgo naturalmente riconosce e ribadisce “l’importanza del partenariato tra la Ue e la Cina”, tanto che nel preambolo osserva che “per la prima volta nel 2015 gli investimenti della Cina nella Ue hanno superato gli investimenti dalla Ue in Cina”.

Ma chiede di “tenere in conto le preoccupazioni dell’industria europea e dei sindacati” per le conseguenze dell’eventuale apertura sull’industria europea, facendo riferimento anche all’obiettivo – fissato già nel 2012 dalla Commissione – di “portare al 20%, entro il 2020, la quota dell’industria nel pil della Ue”.

Perciò chiede che la Ue continui ad usare la “metodologia non-standard”, mantenendo gli attuali livelli di dazi e procedure anti-dumping. E segnala alla Commissione la “necessità imminente” di “una riforma generale” degli strumenti di difesa commerciale verso tutti i partner “nel pieno rispetto delle regole del Wto”.

Nei commenti dopo il voto, esultano gli italiani. Antonio Tajani, vicepresidente vicario del Parlamento ed ex Commissario all’industria, sottolinea che le conseguenze negative dell’apertura graverebbero per il 40% sulla manifattura italiana. La capogruppo Pd, Patrizia Toia, osserva che l’apertura Ue “non può tradursi in un danno ingiusto per le nostre imprese”. Ed il pentastellato David Borrelli sottolinea che la Commissione “non potrà fare finta di niente”, annunciando che il M5S – che avrebbe voluto un testo anche piùà duro – vigilerà per evitare aggiramenti. I Verdi europei auspicano che la Ue affianchi “una diplomazia commerciale” alla sua politica commerciale.

Cauti invece i liberali: pur allineati alla maggioranza, chiedono di non arrivare a “conclusioni premature” e invocano una “analisi di impatto globale” per “trovare il modo giusto per trattare in futuro le merci oggetto di dumping dalla Cina”.

(dell’inviato Marco Galdi/ANSA)

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