In attesa del 23 giugno, si firma per il Referendum

Pubblicato il 20 giugno 2016 da redazione

Las colas para validar firmas del Revocatorio

Las colas para validar firmas del Revocatorio

Mauro Bafile

CARACAS – Il 23 giugno, giovedì prossimo, l’Europa affronterà uno degli esami più difficili dalla fondazione ad oggi. La Gran Bretagna, attraverso un referendum, deciderà la sua permanenza nell’Unione. Comunque vada, qualunque sia il risultato della consulta popolare, l’Europa non sarà più la stessa.

La sua priorità sarà rivedere gli obiettivi e accelerare il cammino verso un federalismo che non sia solo il sogno di pochi ma una realtà per tutti; un federalismo in cui gli Stati cedano parte della propria sovranità per il benessere comune.

Qualora dovesse prevalere la corrente degli euroscettici e dei nazionalisti ad oltranza, e quindi trionfare il Brexit, l’Europa si troverà ad affrontare la turbolenza dei mercati. Ma la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Federal Reserve hanno già predisposto i meccanismi “ad hoc” per ridurne al massimo le conseguenze.

Il 23 giugno sarà una data importante anche per il Venezuela. L’Organizzazione degli Stati Americani analizzerà il rapporto presentato da Luis Almagro, Segretario Generale dell’Organismo, appena qualche settimana fa. Al centro del dibattito, la situazione politica, economica e sociale del Paese. E i suoi riflessi su questa parte del continente americano.

Almagro, già ministro degli Esteri del governo dell’ex presidente “Pepe” Mujica, ha invocato l’applicazione della “Carta Democratica”. Ma, per la sua attuazione, vi sono passaggi burocratici e diplomatici obbligati. Il primo, fra tutti, il dibattito, che si spera sia aperto e franco, sulla realtà che vive oggi il Paese.

Nel suo rapporto, oltre un centinaio di pagine ben documentate, Luis Almagro spiega come, a suo parere, un parere supportato da esaustive prove, in Venezuela sia stato alterato l’ordine costituzionale, come siano stati trasgrediti i precetti costituzionali della separazione dei poteri, come sia stato privato d’ogni facoltà il Parlamento, come la Corte Costituzionale sia diventata un appendice del Potere Esecutivo, come si violino i diritti umani in forma sistematica – sia per l’esistenza di oltre 90 prigionieri politici sia per i casi di tortura documentati – e come si stiano creando ostacoli alla realizzazione del Referendum Revocativo che è un diritto contemplato dalla Costituzione del 1999, fortemente voluta dall’estinto presidente Chávez.

Come spiega lo stesso Almagro, l’espulsione del Venezuela dall’Osa è l’ultimo passo di una catena di suggerimenti e invito al dialogo. Ma il dialogo, precisa il Segretario Generale dell’Organismo, non deve essere un escamotage per prendere tempo come è stato fino ad oggi.

Il dialogo, per gli esponenti dell’Opposizione, può iniziare, ed essere reale e costruttivo, solo dopo la liberazione dei leader politici in carcere. La loro libertà, per l’Opposizione, è una “conditio sine qua non” per avviare prove d’intesa.

La ministro degli Esteri, Delcy Rodríguez, attraverso il suo account in Twitter ha chiesto nuovamente le dimissioni di Luis Almagro, accusandolo di sostenere una posizione preconcetta nei confronti del presidente Maduro e del suo Governo.

Nessun riferimento alle denunce del Segretario dell’Osa, alle quali risponde limitandosi a segnalare che sono parte di una congiura internazionale.

Mentre gli obiettivi sono puntati sul prossimo conclave dell’Osa a Washington, in Venezuela si è aperta tra mille difficoltà la ratifica delle firme per il Referendum Revocativo. Centinaia di cittadini, in tutto il paese, si sono messi in fila alle porte delle sedi del Consiglio Nazionale Elettorale, o nei luoghi stabiliti dall’Organismo Elettorale, per convalidare le firme.

Intanto crescono il malcontento popolare e il timore che i saccheggi, ormai all’ordine del giorno, possano trasformarsi in una sommossa popolare spontanea e incontrollabile. Le forze dell’Ordine, infatti, stentano a mantenere il controllo, nonostante la ferrea repressione e i tantissimi arresti.

La “Camera di Commercio, Industria e Servizi” di Caracas ha reso noto che oltre 60 mila commercianti stanno pensando seriamente di chiudere per paura delle razzie. Ed è comprensibile. Una grossa catena di supermarket può far fronte alle perdite che rappresentano il saccheggio e le manifestazioni di vandalismo che ne derivano. La piccola bottega, l’emporio, il piccolo genere alimentare non ce la farebbero. Il sacco rappresenterebbe la morte del loro esercizio commerciale.

L’esasperazione dei venezuelani cresce come la schiuma. E, dall’inizio dell’anno ad oggi, sono 6 i morti registrati durante le manifestazioni di vandalismo che hanno scosso il Paese. Tra questi, anche minorenni. Stando all’ “Osservatorio Venezolano de la Violencia”, una tra le più documentate Ong del Paese sulla materia, nei primi cinque mesi dell’anno sono avvenuti 254 casi di saccheggio.

Solo nel mese scorso, ben 170 proteste contro la mancanza di alimenti e medicine. Nel mese di giugno il bilancio potrebbe essere anche più pesante. Infatti, a causa della mancanza di generi alimentari, fino ad oggi,si è verificata una media di 20 proteste al giorno e quotidianamente almeno 10 conati di saccheggio.

Per il momento i “Comités Locales de Abastecimientos y Producción” (Clap) non hanno dato il risultato desiderato. La loro azione è molto limitata. E, stando agli esperti, non sono altro che uno strumento di propaganda politica, come tante altre iniziative intraprese dal Governo e dimenticate dopo poco tempo.

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