L’altra Italia: Rosario Granieri

Pubblicato il 23 giugno 2016 da redazione

Rosario ha 28 anni ed è di Piscinola, una piccola località della periferia di Napoli nota per la vicina e senz’altro più “ingombrante” Scampia.

Realtà complesse, ancor di più se sei uno di 9 fratelli. Realtà creative, però, che non finiscono alle sparatorie raccontate da Saviano e compagnia, ma che nascondono e talvolta esportano genio e qualità. Ed il talento di Rosario è legato a doppio nodo ad una sorta di marchio universale che tutto il mondo ci invidia: la pizza.

Sia chiaro: la pizza non come semplice pietanza, ma come vera e propria arte.

Ed è sufficiente scambiare due parole (e perché no, due bocconi!) con lui per percepire una passione che, a ragion veduta, lo ha già portato parecchio lontano.

Ci incontriamo da Eataly, sulla 5th Avenue ai piedi del leggendario Flatiron, lo storico grattacielo dall’insolita forma triangolare di New York. Un ragazzone alto, dagli occhi sinceri, che mi abbraccia e sorride sempre. Gli sfugge dalle mani un po’ di imbarazzo che monta ancor di più quando accendo il mio registratore vocale. Ma è sufficiente un’altra risata e via, si parte a briglie sciolte in questi primi ed interessanti anni della sua vita.

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«Napoli, Salerno, Milano, Cagliari, Roma. Poi, già a 18 anni, tre mesi di Stati Uniti con in tasca un semplice visto turistico e tanta voglia di farcela. Subito dopo Washington D.C. e New York, dove vivo oramai stabilmente dal 2012. La “famiglia” Rossopomodoro, per la quale avevo già lavorato in Italia, mi ha offerto il posto di responsabile dei pizzaioli per il loro ristorante qui all’interno di Eataly e non potevo certo rifiutare. Sarei stato un pazzo, questa è la Grande Mela!».

Come dargli torto.

«Una delle cose più emozionanti ed entusiasmanti che mi siano capitate quaggiù, e che tutt’ora continuano a motivarmi, sono le cosiddette “pizza class”. Studenti improvvisati che arrivano da ogni angolo della città per cimentarsi con quello che è per me il mestiere più bello del mondo. E a me l’onere, ossia il piacere, di fargli da maestro! Ricordo in particolare la mia prima volta: parlavo inglese poco e male, ma è stata un’esperienza indimenticabile che porterò sempre con me. Un vero onore trasmettere il mio “granellino” di conoscenza a persone affascinate dall’arte della pizza e dal bello dell’Italia».

Si percepisce un tono di romanticismo quasi inconsueto. O forse no, considerato che i napoletani di cuore ne hanno da vendere. Ma in lui, come in tutti coloro che sono chiamati a misurarsi con la realtà ed il mercato statunitense, vibra anche l’animo dell’imprenditore.

«Qui si fanno dalle 400 alle 600 pizze al giorno. È New York, è il centro del mondo e lavoriamo costantemente affinché la qualità sia al top.

Non mi basta, però: ho già fondato un mio brand, Pizza Secret, con il quale spero di lanciare a breve tutta una serie di prodotti legati al mondo della ristorazione e della cultura che ci gira attorno. Insomma, sento di essere abbastanza grande per cominciare a pensare di poter camminare da solo».

Facendo un passo indietro, nel tempo e nelle ambizioni, mi viene invece da chiedergli a che età ha sfornato la sua prima pizza. Nel suo italiano perfetto e colto, gli scappa un meraviglioso «accummenc’ a rider’!» (inizia a ridere!) e si perde nella sua infanzia.

«Papà chef, nonno pasticcere, quasi tutti i fratelli pizzaioli, 5 maschi e 4 femmine, sposate a loro volta con pizzaioli. Abbiamo due pizzerie in Italia: una a Napoli ed una nel Rione Sanità, dove mi è toccata la tipica gavetta, proprio come la si faceva un tempo. Ho iniziato dalle pizze fritte nel rione, a Scampia, quando avevo 8 anni. Mi viene in mente una cosa troppo carina e te la devo raccontare: proprio in quel periodo i miei amici a dicembre chiedevano biciclette e giocattoli ed io scrissi una letterina a Babbo Natale per chiedergli invece di regalarmi un piccolo forno elettrico che avevo visto in televisione. Me lo ricordo come se fosse adesso, si chiamava “Gennarino”. E così, mentre tutti andavano sotto casa a giocare a pallone o con le bici, io ero già con le mani nella farina».

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Dal passato al futuro, in poche battute.

«Il mio “American Dream” è già andato in porto: vivo a New York e sono cittadino americano da pochi mesi. Ne ho già pronto un altro, però: costruirmi una mia posizione autonoma, qui negli Stati Uniti o anche in Sudamerica. Oggi non ci sono limiti, you have to follow your dream and, wherever it takes you, you have to go».

Qui, invece, è venuto fuori l’americano che c’è in lui ed ho deciso di lasciarlo così. Devi seguire il tuo sogno e, ovunque ti trascini, tu devi andare.

Gli riservo, per concludere, una domanda scomoda, quasi “a trabocchetto”: tornare in Italia, ci penseresti?

«Sono partito a 18 anni e adesso devo solo crescere. Tornare a casa significherebbe fare un salto indietro di 10 anni, magari per lavorare nella classica pizzeria a Napoli. E, con tutto il rispetto per chi lo fa con passione ed entusiasmo, io non ci penso proprio. Ciò che negli Stati Uniti può accadere in pochi anni, in Italia rischia di non succedere nell’arco di una vita intera».

Luca Marfé

Twitter: @marfeluca – Instagram: @lucamarfe

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