Euro 2016: l’eredità di Conte, torni il primato azzurro

Pubblicato il 04 luglio 2016 da ansa

Italy players Mattia De Sciglio (L), Graziano Pelle (R) and Emanuele Giaccherini react after losing the shoot-out during the UEFA EURO 2016 quarter final match between Germany and Italy at Stade de Bordeaux in Bordeaux, France, 02 July 2016. EPA/CAROLINE BLUMBERG

Italy players Mattia De Sciglio (L), Graziano Pelle (R) and Emanuele Giaccherini react after losing the shoot-out during the UEFA EURO 2016 quarter final match between Germany and Italy at Stade de Bordeaux in Bordeaux, France, 02 July 2016.
EPA/CAROLINE BLUMBERG

MONTPELLIER (FRANCIA). – “Al di là dei propri limiti” e persino “oltre la ragione”: le categorie dello spirito fissate da Antonio Conte come presupposto per un buon Europeo azzurro restituiscono una nazionale di nuovo amata dai tifosi italiani e un dubbio forte: saprà prescindere anche dal ct?

E’ questo il vero interrogativo all’epilogo di un’avventura esaltante ma dal finale amaro. Perché è chiaro a tutti il peso dell’ormai allenatore in carica del Chelsea nella rinascita del calcio azzurro dopo la disfatta del Mondiale in Brasile ma forse non sono così certi i confini tecnici di una squadra che teme di “essere dimenticata” fino a piangerne.

Certificata, e ammessa anche dagli interessati, è la mancanza di talento puro sul piano tecnico, ma ‘Francia 2016’ può rappresentare l’alba di una nuova generazione azzurra, e non solo per l’età. “Abbiamo scalato montagne e recuperato il rispetto di tutti: ora non dobbiamo disperdere questo patrimonio”, le parole del capitano Buffon.

Non esiste in questo momento una scuola di giocatori azzurri di livello internazionale, però paradossalmente i migliori tecnici al mondo sono gli italiani. Anche questo, oltre alla straordinaria e inattesa capacità di lavoro e sacrificio del gruppo della nazionale, è un punto importante da cui ripartire.

Paradigmatico il caso di Ancelotti, allenatore ormai di assoluta caratura mondiale, ma italianissimo di formazione, che i tedeschi dominatori del calcio attuale hanno chiamato per sostituire Guardiola nella loro squadra più titolata, il Bayern di Monaco.

Proprio la Germania ha indicato la strada da percorrere per rivitalizzare il movimento sul piano della qualità nel tocco di palla, che rimane il fondamentale determinante a fare la differenza: centri tecnici sparsi in tutti i Laender, e capillare selezione sin dalle scuole.

La Federcalcio italiana, pur con tutte le sue contraddizioni, sta provando a mettersi al passo: investirà nove milioni l’anno (quando, nel 2020, l’operazione andrà a regime) per 200 centri regionali di addestramento, sebbene venga a mancare a Tavecchio – con la rinuncia di Marcello Lippi – l’architrave del progetto per la casa azzurra del futuro.

Ma tra le fondamenta del calcio azzurro non può mancare il pilastro della collaborazione dei club: anche a loro, così interessati al business del calcio, non sarà sfuggita l’audience mostruosa per Buffon e compagni, con il conseguente ritorno di immagine e di valorizzazione del movimento in termini assoluti.

Detto questo il calcio resta un mistero gaudioso (ieri per gli azzurri non tanto): tra i giovani il giocatore italiano più dotato di talento puro (mix di qualità tecniche ed esplosività muscolare) è probabilmente Simone Zaza. Il rigore peggiore tirato dagli azzurri nella interminabile serie che ha regalato a Bordeaux la semifinale alla Germania, è il suo.

E invece, un ragazzo fino a un mese fa destinato a un ruolo di ennesima meteora tricolore, Mattia De Sciglio, annulla Thomas Mueller, rimandando – stavolta sì, per davvero – la memoria a Paolo Maldini.

E allora, forse le distanze qualitative tra l’Italia e il primo mondo calcistico non sono così nette e certe: per finire di colmarle – è questa la vera eredità ‘contiana’, la ‘legacy’ direbbero nella ‘sua’ Londra – basta lavorare, ponendo, come hanno fatto decine di milioni di italiani in questo mese, la Nazionale prima di ogni altra cosa.

(degli inviati Piercarlo Presutti e Francesco Grant/ANSA)

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