Bangladesh: L’Italia alza le difese. Attenzione massima

dacca

ROMA. – Gli attentati dell’Isis contro l’Occidente continueranno e gli interessi italiani sono un possibile obiettivo, anche all’estero, come si è visto a Dacca. Intelligence ed Antiterrorismo sono così al lavoro per adeguare costantemente le misure di sicurezza. Il dispositivo è già al massimo, al ‘Livello 2’.

Si tratta quindi di moltiplicare gli sforzi per captare in tempo segnali di pericolo. Sul territorio nazionale, occhio alle carceri, luogo privilegiato di radicalizzazione ed al possibile ritorno di foreign fighters dai teatri siriani ed iracheni.

All’estero, l’obiettivo è rafforzare le alleanze e gli scambi di informazione con i Paesi alleati per meglio tutelare i connazionali presenti.

Confronti ci sono stati tra i vertici della sicurezza, il sottosegretario ai servizi Marco Minniti, i direttori di Dis, Aise ed Aisi, Alessandro Pansa, Alberto Manenti e Mario Parente, il capo della polizia, Franco Gabrielli. I primi rapporti su quanto accaduto a Dacca sono stati mandati dagli 007 inviati sul posto per verificare la dinamica dell’attacco al ristorante ed il discutibile blitz delle forze speciali bengalesi.

Ma c’è anche da discutere con le autorità locali su come proteggere meglio gli italiani che vivono lì: in Bangladesh, prima della strage di due giorni fa, nello scorso ottobre era stato ucciso il cooperante Cesare Tavella, mentre a novembre era stato gravemente ferito il missionario Pietro Parolari.

Più in generale, una riflessione è in atto su come più efficacemente si potrebbe organizzare la rete di agenti Aise all’estero (in Bangladesh erano assenti). Anche di questo probabilmente parlerà il direttore del Dis Pansa nel corso di un’audizione programmata per giovedì prossimo al Copasir.

Sono tanti gli italiani che vivono ed operano in contesti difficili e che l’aggravarsi della minaccia di Isis e al Qaeda mette in pericolo. Sono poi quotidiani i ‘warnings’ che dall’intelligence arrivano alle forze di polizia. La valutazione è affidata al Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa).

A quanto si apprende, per ora si tratta di minacce generiche, che non riguardano obiettivi definiti. Nondimeno l’allerta è al massimo livello. Solo lo scorso 29 giugno, dopo gli attacchi all’aeroporto di Istanbul, c’è stato – con un’ordinanza dei questori – un rafforzamento dei dispositivi di vigilanza e controllo del territorio e delle misure a tutela degli obiettivi sensibili a Roma e Milano.

E tra gli obiettivi sensibili, sono stati inseriti anche ‘soft target’ come i “luoghi pubblici, punti di ritrovo dei tifosi per gli eventi relativi a Euro 2016 anche con l’allestimento dei maxischermi”. Sono 7mila i militari impegnati a presidio dei siti a rischio nell’operazione ‘Strade sicure’ in diverse città.

A preoccupare sono in particolare le carceri: si stimano in 3-400 i detenuti ad alto tasso di radicalizzazione islamica. Soggetti che vanno monitorati con attenzione una volta usciti dagli istituti di pena. Ci sono poi i combattenti ‘italiani’ (una novantina) che possono ritornare da Iraq e Siria. E c’è la rete, usata con grande efficacia dallo Stato islamico per fare proseliti e chiamare alla “guerra agli infedeli”.

Vanno inoltre tenuti d’occhio i soggetti di religione islamica che improvvisamente cambiano abitudini, dando segno – a livello esteriore, di abbigliamento e aspetto – di radicalizzarsi. Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, è fermo sulla strategia delle espulsioni dei sospetti: nel 2016 in 30 sono stati allontanati dal territorio nazionale per motivi di sicurezza dello Stato.

L’ultimo, lo scorso 29 giugno, proprio un bengalese di 30 anni, che aveva abitato a Bologna e dopo si era spostato a Grado e che sui social network aveva dimostrato simpatie per l’Isis.

(di Massimo Nesticò/ANSA)

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