Rapporto Gb inchioda Blair: Iraq una guerra da evitare

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LONDRA. – Saddam Hussein non rappresentava “un pericolo imminente” per il mondo, la convinzione che avesse ancora armi di distruzione di massa “non era giustificata” e la guerra scatenata nel 2003 da Usa e Gran Bretagna in Iraq – “pianificata male” e conclusa peggio – non fu affatto decisa come “l’ultima risorsa” disponibile.

Ci sono voluti 13 anni di tempo, e sette d’inchiesta, per mettere su carta (fra milioni di parole) qualche punto fermo su una vicenda che l’opinione pubblica di mezzo mondo e la maggioranza degli osservatori ebbero chiara sin dall’inizio o quasi.

Ma alla fine il suggello della commissione indipendente britannica guidata da sir John Chilcot è arrivato: ed è un ‘timbro’ che, se non rappresenta una condanna legale per Tony Blair (“non siamo una Corte”, ha premesso Chilcot al Queen Elizabeth Centre), marchia tuttavia, forse in modo irreparabile, la figura del premier di allora, sorridente, modernizzatore e artefice del New Labour.

I fatti allineati dalla commissione, dopo aver ascoltato 180 testimoni, sono un macigno. Il rapporto non si spinge a usare l’espressione ‘guerra illegale’, ma liquida le basi giuridiche del conflitto come “lungi dall’essere soddisfacenti”, mentre accusa esplicitamente Washington e Londra di aver “minato l’autorità dell’Onu”.

E se non sentenzia che Blair abbia ingannato il parlamento, lo lascia di fatto presupporre. L’ex primo ministro laburista prova a parare il colpo dicendosi pronto ad assumere le sue “responsabilità, senza eccezioni né scuse”. Ma insiste di aver agito “in buona fede” e ammette solo quelli che chiama “errori”.

Alibi che non bastano certo ai familiari delle vittime di quella guerra e delle sue conseguenze (migliaia fra i militari di Sua Maestà fino al 2011, almeno mezzo milione fra gli iracheni), i quali annunciano a questo punto “possibili azioni legali”.

Mentre fanno ribollire il sangue al drappello di manifestanti pacifisti radunatosi, in rappresentanza del milione e mezzo di britannici che nel 2003 diede vita alla più grande protesta di piazza mai vista nel regno, per denunciare il rischio che tutto finisca in un delitto senza castigo per Tony Bliar (da ‘liar’, ‘bugiardo’): “criminale di guerra”, secondo la deputata Verde Caroline Lucas.

Nella sua veste di alto magistrato a riposo, sir John misura viceversa le parole nell’illustrare l’imponente lavoro d’indagine. Ma senza reticenze. Non esclude che una guerra si sarebbe potuta ritenere “necessaria a un certo punto”. Non quando fu proclamata’, però.

La verità è che Blair aveva promesso 8 mesi prima a George W. Bush che il Regno Unito sarebbe stato “comunque” al fianco dell’alleato americano: a prescindere dal minuetto sulle ispezioni Onu. Il vero movente ‘nascosto’ dell’invasione dell’Iraq fu dunque un cambio di regime.

E tutto si piegò in sostanza alla volontà d’infiocchettare un casus belli pur che fosse: con i rapporti ad hoc dei servizi segreti di MI5 o MI6; e i pareri giuridici ballerini di lord Goldsmith, Attorney general dell’epoca, che nel giro di pochi mesi passarono dall’invocare una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza come necessaria, a derubricarla come raccomandabile, infine a ritenerla superflua.

Chilcot non fa sconti nemmeno agli 007 o ai comandi militari, descrivendo una pianificazione e una preparazione “inadeguate”. Ma in ultima analisi punta il dito sulla leadership politica. Il rapporto non individua “prove” che Blair abbia falsificato i dati d’intelligence, ma smentisce l’ex premier dicendo che egli fu avvertito delle conseguenze di un’avventura bellica in Iraq, con le potenziali minacce terroristiche di Al Qaida. Avventura rivelatasi in effetti fallimentare e incubatrice dell’Isis.

Sulla lezione da trarre, intanto, ai Comuni va in scena un singolare rovesciamento di ruoli. Il segretario laburista Jeremy Corbyn, che ha ereditato il partito di Blair, fu 13 anni fa un oppositore inflessibile della guerra e oggi non vuole scuse: la Chilcot Inquiry – taglia corto – certifica che “l’invasione e l’occupazione dell’Iraq ” furono “un atto di aggressione sotto falso pretesto”.

Mentre il premier dimissionario conservatore, David Cameron, che nel 2003 votò a favore, parla più genericamente di “responsabilità da prendere”, assicura d’aver cambiato le regole e che un primo ministro non può più agire come un uomo solo al comando in circostanze analoghe, ma rivendica il dogma della ‘special relationship’ contro l’idea di Corbyn di “un rapporto più aperto e più indipendente” con Washington, sfuma le colpe di Blair e soprattutto difende altri interventi militari, dall’Afghanistan alla Libia: concludendo che in fin dei conti “non tutto si può prevedere”.

Giustificazioni che forse non consolano Baghdad, all’indomani dell’ennesima carneficina d’un infinito dopoguerra inondato di sangue. Se è vero, e lo riporta la Bbc, che persino l’iracheno che inscenò una decina d’anni orsono l’abbattimento della statua di Saddam – in favore di telecamere e nel tripudio dei media occidentali – si dice ora pentito e rimpiange il feroce rais. Qualcosa come: si stava meglio quando si stava peggio.