Venezuelani hanno attraversato la frontiera per acquistare alimenti e medicine

Venezolanos cruzando la frontera con Colombia para comprar medicinas y comida
Venezolanos cruzando la frontera con Colombia para comprar medicinas y comida
Venezolanos cruzando la frontera con Colombia para comprar medicinas y comida

di Mauro Bafile

CARACAS – Certo, non ce n’era bisogno. D’altronde non è solo “vox populi” ma anche una realtà tangibile. Qualora ce ne fosse stato bisogno, quanto accaduto lo scorso fine settimana ne è la riprova. La riapertura della frontiera con la Colombia ha cancellato ogni dubbio.

Il Venezuela vive una crisi umanitaria di proporzioni mai viste in precedenza. Migliaia di venezuelani si sono riversati nel vicino paese affollando farmacie, botteghe, piccoli e grandi generi alimentari, negozi d’ogni specie.

Per il “Puente Internacional Simón Bolívar”, e il “Puente Francisco de Paula Santander”, che comunicano i municipi del “Norte de Santander” (Colombia) con lo Stato Táchira, e il “Puente José Antonio Páez”, punto d’incontro tra il Municipio Arauca (Colombia) e lo Stato Apure sarebbero circolati circa 35mila venezuelani, stando alle autorità del vicino paese.

E’ impossibile, per il momento, quantificare l’ammontare degli introiti ottenuti dai commercianti colombiani. Ma senz’altro è stata una cifra importante in un weekend anomalo.

Fenomeno inatteso. Sicuramente sottovalutato. Forse il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, e i suoi ministri non si aspettavano che fossero tanti i venezuelani in attesa della riapertura della frontiera con la Colombia.

Quanto accaduto domenica scorsa è stato un duro colpo alla credibilità e reputazione internazionale del governo. Lo è stato anche per la sua politica economica. Fino a ieri i ministri, pur ammettendo alcune difficoltà, hanno sempre smentito che il Venezuela vivesse una “una crisi umanitaria”. E hanno costantemente sottolineato che comunque i venezuelani hanno accesso a qualunque genere alimentare o bene di prima necessità.

Ebbene, domenica scorsa, chi si è recato in Colombia non l’ha fatto per acquistare merci di lusso o articoli dotati di tecnologie sofisticate ma per reperire prodotti legati alla quotidianità. Ovvero, latte in polvere, burro, olio, pasta, farina, biscotti, pannolini per i più piccoli, pannoloni per i più anziani, assorbenti per le giovani, tanto per nominarne alcuni.

Per quel che riguarda le medicine, pare che le più richieste siano state quelle per il controllo della febbre e del diabete, per i malati di Parkinson e Alzheimer, per l’ipertensione arteriosa e per gli infermi di cuore.

Insomma, in molti casi, medicine delle quali non si può fare a meno. Non è mancato chi ha approfittato per acquistare pezzi di ricambio per automobile o moto che in Venezuela sono reperibili solo nel mercato dell’usato o nel mercato nero a prezzi inaccessibili e anche, troppe volte, di procedenza illegale.

E’ vero che il valore del peso colombiano è di gran lunga superiore al “bolívar”, ma lo è anche che, a conti fatti, acquistare un chilo di farina o di pasta, o una saponetta e uno shampoo, in Colombia, è stato alla fine molto più economico che comprarlo dai “bachaqueros”, gli unici ad avere i prodotti che, tante volte, sono anche adulterati. Le testimonianze dei venezuelani che hanno passato la frontiera non per piacere, ma per necessità non lasciano spazio a dubbi.

Il problema, in Venezuela, non è solo il potere d’acquisto, severamente eroso dall’inflazione che corre ormai a livelli di “quasi iper-inflazione”, ma l’accesso ai beni essenziali. Questi sono diventati “uccel di bosco”. Fare lunghe file alle porte dei supermarket o delle farmacie non assicura l’acquisto del prodotto di cui si ha bisogno.

Fino a ieri, i ministri del governo Maduro hanno negato una verità che, con la riapertura parziale della frontiera, conseguenza dell’irruenza con la quale le donne “tachirenses” hanno rotto il cordone della Guardia Nazionale e sfidato la proibizione del Governo, è emersa in tutta la sua gravità. La realtà, dopo mesi di frontiere blindate, ha dimostrato che non era il “contrabbando” a provocare la mancanza di alimenti, medicine e articoli per l’igiene, ma ben altro.

In Venezuela la mancanza di cifre ufficiali rende impossibile quantificare la crisi. I punti di riferimento, il più delle volte, sono dati da organismi internazionali o di categoria. Il Fondo Monetario Internazionale, ad esempio, stima che l’inflazione a fine anno si aggiri attorno al 700 per cento e la contrazione del Pib sia del 9 per cento. Sono queste, comunque, cifre che verranno sicuramente corrette nei prossimi mesi.

Dal canto suo, Conindustria, l’organizzazione degli industriali, ha manifestato con preoccupazione che ormai la capacità di produzione impiegata nei complessi fabbrili, piccoli o grandi, si aggira attorno al 36 per cento. Nel 2015 era del 43 per cento. La produzione ha subito una contrazione del 7 per cento. Ed è oggi insufficiente per coprire il fabbisogno della popolazione. Lo era anche prima, a dir la verità, ma almeno soddisfaceva il 70 per cento circa del mercato nazionale.

L’irrigidimento della produzione industriale, stando ai manager, è provocato dalla mancata assegnazione della valuta necessaria per importare la materia prima. Il controllo dei cambi ha dato allo Stato il controllo della valuta.

Oggi, nelle arche dello Stato, con l’incremento delle importazioni e la riduzione drastica del prezzo del barile di petrolio, valuta straniera ve n’è assai poca. Non si sa se il Governo, come ha fatto negli anni precedenti, potrà rispettare gli impegni internazionali o se, per favorire questi, sarà disposto a castigare il consumatore.

Il Paese è ogni giorno più isolato. Le personalità di spicco di altri governi preferiscono restare al margine delle rivalità che scuotono la politica venezuelana e ritengono che una loro visita ufficiale potrebbe eventualmente essere interpretata come una manifestazione di solidarietà verso l’uno o l’altro bando.

D’altro canto, l’Unione Europea, gli Stati Uniti, e ora anche dell’Osa e il Mercosur promuovono un dialogo pero al tempo stesso esigono il rispetto delle istituzioni, la libertà dei prigionieri politici e la realizzazione del Referendum Revocatorio.

E’ proprio a seguito di questo isolamento e dei reclami della comunità internazionale che il Tavolo dell’Unità condiziona la propria partecipazione al dialogo alla soddisfazione di richieste ben precise. Ovvero, realizzazione del Referendum Revocatorio, libertà dei prigionieri politici, rispetto per il Parlamento e fine della repressione contro chi manifesta simpatie per l’Opposizione.

Nei prossimi giorni si vedrà se effettivamente la mediazione di Unasur e dell’ex premier José Luis Zapatero avrà un seguito.

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