Tanta Italia nella Convention repubblicana

Pubblicato il 20 luglio 2016 da redazione

di Flavia Romani

NEW York – Anche un po’d’Italia nell’acclamazione di Donald Trump, l’outsider, incoronato nella “Convention” di Cleveland candidato del Partito Repubblicano. E, infatti, sul palco, sono sfilati personaggi eccellenti dalle inconfondibili radici italiane. In “primis” Rudolph Giuliani, ex Sindaco di New York.

Figlio di Harold Angelo Giuliani, un gestore di case da gioco clandestine i cui genitori erano originari di Marliana piccola località della Toscana, e Helen D’Avanzo, casalinga, anche lei figlia di emigranti italiani, Rudolph non è ricordato solamente per aver liberato la “Grande Mela” dalla micro-criminalità; ma, soprattutto, per aver avuto il coraggio di opporsi alle “mafie” locali e per non aver dato tregua alle aziende con collegamenti mafiosi come ad esempio il Futton Fish Market e il Javits Center, attività della famiglia Gambino. Giuliani ebbe anche modo di collaborare con il giudice Falcone nell’operazione “IronTower”.

– Quello che io ho fatto per New York – ha detto Giuliani tra gli applausi – può farlo Donald Trump per il Paese.

Anche il Governatore del New Jersey e primo sfidante di Trump nella corsa alla Casa Bianca, Chris Christie, di madre siciliana, è salito sul palco per esaltare le doti del candidato alla Casa Bianca e sottolinearne le capacità di manager.

Non sono mancati esponenti del mondo dello spettacolo, anche se nessuno di grande rilievo. Scott Baio, nato da famiglia palermitana e noto al grande pubblico per il suo ruolo nella serie televisiva “Happy Days”, ha illustrato la situazione del Paese, definendola “in una posizione molto brutta”. Gli Stati Uniti, ha detto Baio, hanno bisogno di un personaggio come “Trump, capace di risolverne i problemi”.

Nella “Convention” c’era anche Antonio Sabato, attore (Beautiful e Melrose Place) e modello, naturalizzato americano, che ha chiesto provvedimenti severi contro l’immigrazione clandestina:

– In America sono venuto con i miei genitori, rispettando le regole.

Tra gli altri personaggi che sono sfilati sul palco, da ricordare lo speaker della Camera, Paul Ryan, rimasto fino all’ultimo indeciso se accettare o no l’invito del “Tycoon” di presentarsi alla “Convention”; i leader della maggioranza alla Camera, Kevin McCarthy, e al Senato, Mitch McConnel; Marcus Luttrell, ex Navy Seal, unico superstite di una missione in Afghanistan; Pat Smith, il cui figlio è morto in Bengasi; David Clarke, sceriffo del Wisconsin.

Hanno invece disertato la manifestazione il “clan” Bush; l’ex candidato alla Casa Bianca, ed eroe del Vietnam, John McCain; e MittRomney. Assenti anche le società che hanno sempre sponsorizzato la Convention Repubblicana, per paura di perdere la clientela ispanica, femminile e di colore: Coca Cola, Microsoft, JP Morgan e Hewlett-Packard.

Nonostante tutto, Donald Trump ce l’ha fatta. Ha superato la fatidica soglia dei 1.237 delegati grazie al sostegno manifestato da quelli di New York. E ora la sua candidatura alla presidenza per il Partito Repubblicano è ufficiale.

Non ci sono state sorprese d’ultim’ora. Nessuno, 13 mesi fa, avrebbe mai immaginato che la corsa dei candidati repubblicani alla Casa Bianca sarebbe andata a finire così. Trump ha raggiunto un traguardo che all’inizio appariva impossibile. L’outsider ha superato tutti.

Non solo non è uscito dalla porta di servizio, ma è entrato dalla porta grande.Il segreto del Tycoon newyorchese è stato l’aver saputo risvegliare l’America profonda, quella più conservatrice, reazionaria, conformista, xenofoba e nazionalista.

Il suo discorso è sempre stato molto elementare, fatto di promesse fantastiche che, alla fine, si riducono a semplici slogan: “costruiremo un muro alla frontiera col Messico”, “torneremo al passato glorioso”, “saremo temuti da tutti”.

Un cammino, quello percorso da Trump, in cui ha seminato odio; odio contro i musulmani, gli ispanoamericani, le donne, i neri. Ad aiutare “The Donald”, la crisi economica, gli attentati del radicalismo musulmano, le atrocità dell’Isis.

Trump ha concluso la sua corsa ad ostacoli sconfiggendo soprattutto la Grand Old Party. La destra tradizionale è ancora sotto shock. Ha dovuto subire, incredula, l’ondata del “The Donald” e ora teme che il magnate del mattone conduca il Partito verso la débâcle e il disastro.

Mentre Trump si gode questo momento di trionfo, prosegue l’aspra polemica esplosa dopo il discorso della moglie, Melania. Presentata dallo stesso candidato, rompendo la tradizione, e accompagnata dalle note di “We are the Champions”, Melania ha pronunciato un discorso che gli esperti hanno considerato insipido, pieno di luoghi comuni e vuoto di contenuti. Ma, soprattutto, frutto di un “copia e incolla” di quello pronunciato alla “Convention” democratica del 2008 da Michelle Obama, da cui sarebbero stati tratti interi paragrafi.

La modella di origine slovena, il cui accento ricorda quello di Henry Kissinger, non si è limitata a prendere spunto dal discorso dell’attuale First lady ma, in alcuni passaggi – forse troppi – l’ha copiato di sana pianta.
I primi a segnalare il “plagio” sono stati i social-media. Immediato il “tam-tam” sul twitter. Gli utenti della rete si sono scatenati e sbizzarriti con frasi impregnate di ironia e sarcasmo.

Per il Tycoon che voleva trasformare la “Convention” in uno show familiare è stata una stoccata mortificante. A pagare, con molta probabilità, sarà Paul Manafort, l’italo-americano “chiefstrategist” che, almeno in teoria, gestisce ogni dettaglio della Convention. Non si capisce come, un uomo esperto come Manafort, possa essere caduto in un errore così banale e plateale.

Si attende ora l’incoronazione ufficiale di Hillary Clinton. Quando manca appena qualche mese all’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti, gli occhi sono puntati sui sondaggi. E questi, oggi, sono divisi. Alcuni danno un pareggio tecnico tra i due candidati, altri un piccolo vantaggio all’ex first lady. Ce ne sono anche di quelli che segnalano un sorpasso del magnate del mattone. In tutti emerge l’insoddisfazione degli americani per la realtà del paese, indubbiamente difficile soprattutto per i ceti medi.

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