Esiste ancora la distinzione tra “gli” (a lui) e “le” (a lei)?

Lui_e_lei

Fino agli anni sessanta del secolo scorso, per dire “a lui” e “a lei” (Es.: dono a lui; dono a lei), potevamo usare le forme àtone (senza accento tonico) “gli” e “le”: quelle che di solito si mettono prima del verbo (proclitiche. Es.: gli dono, le dono); ma quando il verbo è un imperativo, o un infinito, o un gerundio, o un participio perfetto, si mettono dopo (enclitiche. Es.: donagli, donale; donargli, donarle; donandogli, donandole; donatogli, donatole.) In questo caso, come si vede dagli esempi, si legano addirittura al verbo.
Voglio ricordare che per il plurale (ad essi; ad esse) si è generalizzata l’unica forma “gli” sia per il maschile sia per il femminile.

Eppure sembrerebbe che oggi l’italiano standard abbia eliminato, nel singolare, la opposizione gli/le (maschile/femminile) del pronome personale di terza persona, nella sua forma àtona del dativo (cioè le forme enclitiche corrispondenti a: “a lui” e “a lei”) introducendo l’uso indistinto di “gli” sia per il maschile che per il femminile; uniformandosi così al plurale.

Chi l’ha accettata, avallata, e sostenuta, anche nelle grammatiche, ritenendo di doverla giustificare, l’ha motivata col fatto che le forme del pronome di terza persona, corrispondente nella lingua latina, e da cui sono derivate anche quelle italiane, fossero identiche sia per il maschile che per il femminile: “ei” (a lui, a lei); “eis” (ad essi, ad esse).

In effetti, nella evoluzione storica della lingua sia “ei” che “eis” hanno generato la forma “gli”. Il “le” femminile singolare, non troverebbe un precedente nella lingua latina, se non per una contaminazione dovuta al pronome dimostrativo ille, come è successo per le altre forme enclitiche “lo”, “la” usate per l’accusativo.

Quando la opposizione gli/le (i linguisti chiamano “opposizione” la presenza, in una determinata lingua, di ogni coppia di voci morfologicamente strutturate, appartenenti alla flessione – declinazione o coniugazione – di una parola variabile) era netta, o come tale ancora percepita, ogni espressione d’uso che non rispettasse la distinzione tra maschile e femminile era indiscutibilmente un “errore”.

Mentre oggi il femminile “le” sembra completamente scomparso. Fateci caso! Si dice “gli”, sia per dire “a lui” che per dire “a lei”.

Era giusto, prima? È più giusto adesso? Posta così, la domanda non ha risposta.

Se un gruppo di parlanti, per i quali la lingua – generalmente – è opaca, arriva all’eliminazione di una opposizione, non ci sono giustificazioni che tengano, né linguisti che pontifichino. E qualsiasi spiegazione, deve servire solo a cogliere la probabile causa del fenomeno, dopo averne preso atto. È così, e basta. E il linguista deve registrarlo nella sua prossima pubblicazione di una nuova edizione della Grammatica.

La stessa cosa vale per quando viene creata una nuova opposizione, come dobbiamo supporre sia successo quando il pronome latino “ei”, ad un certo momento della sua evoluzione, si è sdoppiato generando gli e le. Generando così un nuovo segno distintivo.

E pensare che quando lo standard della lingua italiana indicava, come significativa, la differenziazione tra “gli” e “le” (opposizione semantica), mia suocera l’aveva già eliminata, scegliendo però non “gli” ma “le”, sia il per il maschile che per il femminile.

Lei diceva, infatti, “le ho detto”, sia che parlasse di un uomo sia che parlasse di una donna. Questo era un segno del suo particolare codice linguistico. Ma mia suocera era di origine catanese: siciliana quindi. Lingua che, per appartenere ad un’isola linguistica, si è conservata più fedele al latino.

Luigi Casale