Dilma “la rossa” destituita, fine di un’era in Brasile

Pubblicato il 31 agosto 2016 da ansa

Dilma Rousseff durante un'intervista a Brasília, il 3 giugno 2014. (Mauricio Lima, The New York Times/Contrasto)

Dilma Rousseff durante un’intervista a Brasília, il 3 giugno 2014. (Mauricio Lima, The New York Times/Contrasto)

SAN PAOLO – La più grave crisi istituzionale del Brasile post dittatura si è conclusa con la destituzione della presidente Dilma Rousseff, prima donna a guidare la maggiore economia sudamericana, che pone fine a 13 anni di governi di sinistra.

Il Senato di Brasilia ha infatti ritenuto fondata l’accusa, presentata da tre giuristi e accolta nel dicembre scorso dall’allora presidente della Camera Eduardo Cunha, dimessosi dopo essere stato travolto da accuse di corruzione, di aver avallato manovre contabili illegali per mascherare la recessione in vista della campagna elettorale per la sua rielezione nel 2014.

I voti a favore sono stati 61, ben oltre il quorum dei due terzi dei senatori di 54, ed i contrari solo 20, uno in meno di quelli dati per certi alla vigilia dallo staff di Dilma. I senatori hanno però respinto la richiesta di cassare i diritti politici di Dilma per otto anni, che la difesa della presidente deposta era riuscita a far scorporare dal presidente della Corte suprema, Ricardo Lewandovsi, dalla prima votazione.

Un punto importante a favore della ex presidente, almeno sul piano morale. Visto che l’impeachment – per sua stessa ammissione – costituisce “una condanna a morte politica”.

Dilma, un’ex guerrigliera marxista di origine bulgara arrestata e torturata in carcere durante la dittatura militare, si è sempre dichiarata innocente, ricordando che le pratiche fiscali alla base del procedimento di impeachment “sono state utilizzate da tutti i miei predecessori”.

Durante i nove mesi del procedimento, che hanno di fatto paralizzato l’attività parlamentare, le basi legali dell’impeachment sono state in effetti giudicate piuttosto fragili da molti giuristi e costituzionalisti. Ma in un parlamento polarizzato come quello brasiliano, le opposizioni hanno usato l’impeachment come una clava contro Dilma, ritenuta responsabile di una lunga serie di errori che hanno acuito la crisi economica e politica.

Aggravata ulteriormente dalle inchieste sugli scandali di mazzette elargite ai partiti dal colosso petrolifero Petrobras che hanno decapitato i vertici del Partito dei lavoratori, coinvolgendo anche il fondatore Lula. Da qui le accuse dell’ormai ex presidente Dilma di essere vittima di un “golpe costituzionale ordito da Michel Temer, dall’ex presidente della Camera, Eduardo Cunha, e dalle elite ultraconservatrici per prendere il potere senza passare dalle urne”.

Rousseff, 68 anni, mai indagata nelle inchieste di corruzione che hanno portato in carcere decine di politici di tutto l’arco costituzionale, è stata processata e condannata da un parlamento composto al 60 per cento da inquisiti.

E proprio questo aspetto, secondo Dilma, nasconderebbe il vero motivo dell’impeachment: prendere il potere per insabbiare l’inchiesta Lava Jato, la Mani Pulite brasiliana, condotta dal giudice Sergio Moro. Un sospetto che ha trovato conferma nella dimissioni di due ministri del governo di Temer, intercettati mentre discutevano su come ostacolare gli inquirenti.

Temer, che giurerà in una sobria cerimonia prima di partire per il vertice del G20 in Cina, ha detto che il suo sarà un governo di “pacificazione nazionale”, ed ha teso la mano alla nuova opposizione, guidata dal Pt.

Il nuovo presidente, 75 anni, leader del maggiore partito brasiliano che tuttavia non è mai riuscito a far eleggere attraverso le urne un proprio esponente alla più alta carica dello stato, non solo non avrà il sostegno del Pt, ma dovrà fare i conti anche con un Paese diviso e alle prese con un’economia in recessione da sei trimestri consecutivi, un’inflazione in doppia cifra e con un mercato del lavoro che ha perso due milioni di posti negli ultimi 12 mesi.

Senza contare le accuse rivoltegli da alcuni pentiti dell’inchiesta Lava Jato, che lo indicano come collettore di tangenti.

(Marco Brancaccia/ANSA)

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