Accendere e Spegnere. Con postilla: appicia’ e stuta’

Pubblicato il 05 settembre 2016 da Luigi Casale

accendere

Accendere e spegnere: tutti sappiamo che cosa significano i due verbi. E, probabilmente li sappiamo anche usare con sufficiente padronanza: competenza e pertinenza. Ma ciò non vuol dire che il loro significato sia “trasparente” per tutti.

Una cosa, infatti, è conoscere il significato di una parola e cosa ben diversa è percepirne la trasparenza semantica. Quest’ultima funzione potremmo definirla la consapevolezza del perché una determinata parola assuma quel particolare significato, con cui essa viene usata.

Sappiamo anche che “si accende” (o si spegne) il fuoco, il fiammifero, la candela, la lampadina. E – per analogia – quegli oggetti forniti da un circuito elettrico: gli elettrodomestici e le apparecchiature elettroniche. Poi – restando nella metafora – diciamo che “si accende” (o si spegne) la passione; forse il dolore, l’ira, lo sdegno, ecc.

Quindi da una parte le cose che danno esca al fuoco, dall’altra gli apparecchi che funzionano grazie alla corrente elettrica. Oppure – restando nella metafora – quei sentimenti che compaiono o scompaiono, aumentano o diminuiscono di intensità, i quali sopportano la similitudine col fuoco.

Ma, una volta che ci mettiamo alla ricerca della trasparenza perduta, potremmo restare sorpresi di fronte alla scoperta della etimologia delle parole. Nel caso di accendere e spegnere, vedremo, infatti, che la loro area semantica è quella della luce e del colore, piuttosto che quella del fuoco.

In effetti, stando alle due parole usate, alla base dell’azione dell’accendere (e dello spegnere) c’è più la rappresentazione visiva della luce, del chiarore, del colore, che non quella del fenomeno chimico della combustione che produce il fuoco; e neppure quella della comparsa (o della scomparsa) del calore generato dalla stessa presenza del fuoco.

La parola accendere appartiene alla stessa famiglia di incendio. Accendere è un verbo, incendio un sostantivo. Le due parole, dalla radice comune, si differenziano per la preposizione e per la desinenza: “ad-cend-ere” e “in-cend-io”.

Allora andiamo a vedere il significato della radice che le accomuna: “-cend-”.

Intanto in attesa di dedicare una trattazione più sistematica all’argomento, ci basterà sapere che l’apofonia vocalica (Umlaut) è il fenomeno per cui una vocale all’interno di una parola può cambiare il suo colore. Nel nostro caso il verbo “càndere” vede cambiare in “e” la vocale “a” della sillaba “can”, la quale, per l’aggiunta della preposizione (che fa da prima sillaba della parola composta), ne diventa la seconda. Un esempio nella lingua italiana potrebbe essere l’opposizione fonologica dei participi perfetti: fatto / per-fetto.

È proprio quello che capita al verbo “candere” che nel prendere la preposizione (“in”; “ad”) diviene in-cendere e ac-cendere.

Ma il verbo candeo/candère significa essere bianco, schiarire, illuminare. Allora comprendiamo bene (e possiamo già dire) che tutte le parole italiane come: accendere, incendio, incenso, candido, candela, candidato, candeggina, hanno in comune un tratto semantico (parte di significato) che è quello della luce, del chiarore, della luminosità, del candore; e, solo per le due voci che anticamente se ne sono allontanate: accendere e incendio, quello del fuoco e della fiamma.

Spegnere. Scusate se mi riferisco ancora al latino, ma è l’unica strada, per adesso, per farmi capire. Spegnere viene da ex-pingere: ex (preposizione) + pingere (verbo) = dipingere, dar colore; cioè: illuminare dando maggiore o minore tonalità. La preposizione ex-, davanti a “pingere”, aggiunge un significato privativo e fa si che il verbo significhi “privare del colore o della luce”.

Estinguere. La teoria per la quale i termini accendere e spegnere originariamente si muovessero nell’area semantica della luce e del colore è confermata anche dall’altro verbo, sinonimo di spegnere: estinguere.

Spero che adesso sia più facile seguire il ragionamento seguendo la sintesi grafica.

Extingo è formata da ex + tingo (che significa “bagnare” e anche “inumidire”). Vedi, a tal proposito, le parole italiane “intingo” e “attingo” (in+tingo; ad+tingo).

O che si ricolleghi, anche questo verbo, alla stessa area semantica, o che voglia aggiungere l’idea del “gettare acqua sul fuoco”, con questo metodo di ricerca qualche risultato – credo – siamo riusciti ad ottenere.

Appiccia’ e stuta’. Cosa completamente diversa capita per le corrispondenti voci della lingua napoletana: appiccia’ e stuta’ (Italiano: accendere e spegnere)

Se accendere, spegnere, estinguere, etimologicamente parlando, fanno parte dell’area semantica del “colore e della luce” (vedi anche nella lingua francese: allumer = ad-luminare e éteindre = estinguere), appicciare e stutare del napoletano si riferiscono più direttamente al fenomeno chimico-meccanico della produzione e della propagazione del fuoco.

Infatti, appiccia’ (ad-piceare, dove picea è l’abete – pianta per natura sua, resinosa –, pix è la pece, e piceus è “imbevuto di pece”) significa avvicinare alla pece, alla resina, alla sostanza infiammabile.

Stuta’ deriva da un tardo-latino ex-tutare (tutus significa “sicuro”); quindi “mettere al sicuro” (cioè, “allontanare la fiamma” o “allontanare dalla fiamma” (e dal fuoco, evidentemente!).

Luigi Casale

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Luigi Casale

Luigi Casale, insegnante in pensione e pubblicista. È nato nel 1943 a Torre Annunziata, alle falde del Vesuvio. Oggi, continuando a mantenere contatti affettivi e culturali con la Campania, vive tra Bressanone (Alto Adige) e Lussemburgo. Durante la sua carriera professionale, ha insegnato nei Licei dell’Alto Adige, nella Scuola Europea di Lussemburgo, e presso il Dipartimento d’italiano dell’Università di Clermont-Ferrand (Francia). Si occupa di didattica delle lingue classiche e di linguistica generale. Nel più ampio quadro delle questioni pedagogiche e sociali, su queste tematiche offrirà la sua collaborazione in questa rubrica.




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