Generazione Neet. Calano i giovani, ma non le mamme

Pubblicato il 12 settembre 2016 da ansa

Una immagine della social room della Rai, con i giovani redattori al lavoro, per le Olimpiadi di Rio 2016, Roma, 18 agosto 2016. ANSA/ GIORGIO ONORATI

Una immagine della social room della Rai, con i giovani redattori al lavoro, per le Olimpiadi di Rio 2016, Roma, 18 agosto 2016. ANSA/ GIORGIO ONORATI

ROMA. – Non chiamateli “fannulloni”. La riabilitazione ufficiale dei ragazzi che non studiano e non lavorano arriva da un’analisi dell’Istat che racconta chi sono i 2 milioni e 35 mila giovani Neet (Not in education, employment or training), ora che il fenomeno si sta pian piano riducendo.

Nel secondo trimestre del 2016, infatti, c’è stata una diminuzione di 252 mila Neet rispetto all’anno precedente e la loro incidenza è scesa dal 25% dei 15-29enni, toccato in piena crisi nel secondo trimestre del 2013, al 22,3%. Nonostante questo calo, i ragazzi sospesi tra scuola e lavoro sono ancora tanti, oltre uno su cinque, e la quota tocca il 24,4% tra le donne, sale al 31,5% nel Mezzogiorno e raggiunge il 64% nel caso delle giovani mamme.

La scelta di avere un figlio prima dei trenta anni si accompagna, per la maggior parte delle ragazze, alla rinuncia al lavoro o alla fine degli studi. Troppo difficile trovare un posto di lavoro, troppo difficile conciliare gli impegni lavorativi o scolastici con la cura dei bambini, così le giovani che hanno avuto presto dei figli – una scelta sotto i riflettori dopo la campagna del ministero della Salute per il fertility day – si trovano volenti o nolenti a casa.

I giovani papà non sembrano incontrare le stesse difficoltà sul lavoro: la quota di Neet tra neo-padri è del 14%, molto inferiore alla media. Mamme a parte, la maggior dei Neet sono ragazzi disoccupati che cercano attivamente un lavoro (rappresentano il 43,8%), o forze lavoro potenziali, cioè persone che non cercano un impiego ma sono immediatamente disponibili a lavorare o che lo cercano ma non sono immediatamente disponibili (il 30,6%).

“Questi costituiscono la componente più numerosa e più variabile dei Neet, smentendo il luogo comune che li etichetta come ‘fannulloni'”, afferma l’Istat. Gli inattivi che non cercano lavoro e non sono disponibili sono solo il 25,6% dei Neet, 521 mila persone, e in più di metà dei casi si tratta di mamme.

Per tracciare l’identikit di un Neet bisogna quindi immaginare una ragazza, spesso con figli, residente al Sud e di 25-29 anni. Inoltre, si deve guardare a chi sono i suoi genitori, visto che il rischio di rimanere tagliati fuori da scuola e lavoro dipende molto dal background familiare: tra i figli di laureati i Neet sono solo il 9,5% mentre salgono al 41,1% tra chi ha genitori con al massimo la licenza elementare.

Questo, spiega l’Istat, è dovuto in parte al fatto che nelle famiglie più istruite la quota di studenti – che per definizione non sono Neet – è quasi tripla rispetto a quelle poco istruite (72,5% contro 25,2%). Pesa poi sui ragazzi che vengono dai contesti meno favorevoli, il meccanismo con cui in Italia si cerca lavoro: l’85% delle persone si rivolge infatti a parenti e amici. Così è la rete di relazioni familiari, spesso, a fare la differenza tra occupazione e disoccupazione.

(Di Chiara Munafò/ANSA)

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