Maria Elefante: La pastiera della passione

Pubblicato il 19 settembre 2016 da redazione

Maria Elefante: La pastiera della passione

Maria Elefante: La pastiera della passione

La settimana santa dell’anno 2014 ci riservò una gradita sorpresa.
Per la verità alla ristretta cerchia dei suoi amici la professoressa Maria Elefante aveva già annunciato l’intenzione di una sua offerta per quella primavera del 2014: possibilmente in occasione della solennità di Pasqua.

Così il martedì 15 aprile, a Torre Annunziata in via Gino Alfani, nella sala di rappresentanza della parrocchia della Trinità la scrittrice poté offrire ai fedelissimi lettori un assaggio della “sua” pastiera.

Era, finalmente, la sua opera prima: “La pastiera della passione”, fresca di stampa; presentata al pubblico cittadino proprio nella settimana santa, dedicata alla memoria solenne della Passione del Signore. Avrete capito anche voi che si tratta di un’opera letteraria? O no? Più esattamente di un racconto, anzi un racconto breve.

Ma, tutti sanno che la pastiera, quella vera, è il dolce tipico della Pasqua napoletana, che si è diffuso ormai in tutta la penisola seguendo i flussi del napoletano migrante o, sulla scia del traffico di ritorno del restante turismo nazionale, di quello in senso contrario da Nord a Sud. A Natale, cassate e cassatine; sesamelli, mostaccioli e roccocò; raffioli e pasta reale.

Tutte cose dolci, delizie che ornano la tavola, preparate dalle rinomate pasticcerie del “regno”, insieme ai tradizionali e più modesti struffoli, l’unico preparato in casa. A Pasqua, invece, i casatielli, siano essi dolci oppure rustici (alias “sugna e pepe”); e poi c’è la pastiera. Casatielli e pastiera, come gli struffoli a Natale, sono fatti quasi esclusivamente in casa: possibilmente in tutte le famiglie. Almeno fino a non molto tempo fa.

Sulla scorta di questi dolci pensieri e con l’intento di salvaguardare le tradizioni locali e di rianimarle laddove si fossero assopite, nel 2013 a Conca dei Marini (costiera amalfitana) da un Comitato cittadino era stato istituito il “Premio sfoglia”, un premio letterario a tema, dove la “sfoglia” è l’impasto di farina e uova tirato col mattarello e tagliata in vari modi che dà origine ai diversi tipi di pasta casereccia che ancora si produce la domenica nelle famiglie; oppure la spianata di pastafrolla che fa da base a torte e crostate, tra cui spicca la pastiera per antonomasia, in cui la sfoglia è farcita di un impasto formato da grano, crema, ricotta e aromi. Né va trascurata – lo dico come inciso – la caratteristica “sfogliatella” (riccia o frolla), che proprio dalla sfoglia prende il nome.

Il primo agosto di quel 2013 la professoressa Maria Elefante, che per amore di cultura e per fedeltà di tradizione popolare aveva voluto partecipare al concorso con un suo racconto, riceveva il meritato premio letterario per il testo inedito, originale, pertinente, dal titolo La pastiera della passione.

Intanto la polisemia della voce “sfoglia” sfruttata dagli ideatori del premio letterario per accostare i due mondi, quello della panetteria (e della pasticceria, e dell’arte bianca in generale a dimensione familiale), e quello della letteratura (e della lettura, e della divulgazione) si ripeteva analoga nel titolo del racconto scelto da Maria Elefante, per la quale la pastiera, tipico dolce pasquale della tradizione delle famiglie napoletane, diviene “pastiera della passione”, legando in un’unica trama le due accezioni più frequenti della parola: la passione di Cristo, emblema della settimana santa, centro e culmine del mistero della salvezza di cui nella Pasqua si celebra la memoria; e l’altra, la passione umana, fatta di amore, di trasporto, e di dedizione, indispensabile nelle piccole o grandi cose che costituiscono motivo di impegno e di testimonianza, quella che si impiega nella vita del popolo semplice, nella fattispecie l’arte culinaria e, in particolare, la lavorazione dei dolci.

Il breve racconto – non più di 20 pagine – è molto ben congegnato: una vicenda essenziale, pochi personaggi, tra protagonista, deuteragonista, e personaggi di contorno in primo piano; sullo sfondo, invece, la coralità di tutto un popolo che non ignaro delle sofferenze della vita quotidiana, tra riti religiosi e tradizioni di famiglia, trascorre la settimana santa animata, tra l’altro, anche dalla centralità della pastiera, imposta all’attenzione della comunità, dalla intelligente intuizione del curato che si inventa un concorso tra tutte le massaie a chi meglio realizza la dolce leccornia.

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Nella parrocchia di S. Antonio Abate in un piccolo centro agricolo della Campania, all’avvicinarsi delle festività pasquali il giovane curato è tormentato da due preoccupazioni: una interna alla sua vita personale; l’altra, pubblica e riguardante la vita collettiva della sua comunità. Questa, colpita nel vivo dalla recente grandinata che aveva danneggiato tutto il raccolto dell’anno, era tormentata dalla minaccia di una grave crisi economica e, presa dalle fatiche del lavoro dei campi, eccezionale quell’anno, tendeva a trascurare le pie pratiche religiose proprio nella settimana santa; tutta tesa com’era a porre rimedio ai danni subiti dalle colture a causa della disastrosa tempesta di vento e di grandine. L’altra preoccupazione che tormentava l’animo di don Lino era la consapevolezza di non poter più gustare per la Pasqua la pastiera della zia Concetta, simile alla quale mai più in seguito ne aveva assaporata una, da quando il buon Dio aveva chiamato a sé la zia, a coronare la gloria del suo trono.

Solo la Provvidenza che non fa mai mancare il suo aiuto poté aiutarlo a diradare l’una e l’altra delle sue preoccupazioni. Una serie di circostanze, infatti, fecero sì che don Lino si trovasse la chiesa piena nei giorni del triduo pasquale, e svolgesse le sue funzioni liturgiche con larga partecipazione di popolo; nello stesso tempo riassaporò – per sua intraprendenza, questa volta – una pastiera del tutto simile a quella della sua infanzia, che gli preparava zia Concetta, scoprendo finalmente il segreto di quell’ingrediente che la rendeva unica: la passione. Né manca la suspense finale.

La piccola collettività di paese, descritta nel racconto, diventa così modello propositivo per l’odierna convivenza, tormentata anch’essa da preoccupazioni e paure, assillata da crisi annunciate e da privazioni reali, ma più ancora dissipata da troppa superficialità.

Solo con la solidarietà e il senso civico si raggiunge l’impegno morale che diventa matrice culturale.
La comunità, nonostante le difficoltà, si ritrova unita nel recupero dei valori della tradizione, grazie alla carica vitale di padre Lino e alla risposta entusiastica dei suoi parrocchiani. Il tutto insaporito dall’aroma diffuso e dal gusto soave della pastiera, che richiamando i sapori della fanciullezza rinsalda il legame tra le generazioni.

La narrazione è fluida e la prosa è da maestra, qual è la professoressa Elefante. Limpida e nello stesso tempo brillante. Grazie alla paratassi si mostra la più congeniale al racconto orale, come usava una volta nelle piccole comunità del tipo di quella raccontata.

Maria Elefante insegna Lingua e letteratura latina al dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Federico II di Napoli.

Luigi Casale

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