Non allineati, cala il sipario “sin pena ni gloria”. Referendum, la Mud attende

Non allineati, cala il sipario “sin pena ni gloria”.
Non allineati, cala il sipario “sin pena ni gloria”.
Non allineati, cala il sipario “sin pena ni gloria”.

Mauro Bafile

Nel 2012, a Teheran, parteciparono 27 capi di Stato, due re, sette premier e oltre 50 ministri degli Esteri. In quell’occasione si contò anche sull’assistenza di Ban Ki-moon, Segretario Generale dell’Onu, nonostante le speculazioni e critiche circa l’opportunità della sua presenza in un vertice ospitato da un paese condannato all’isolamento dalla comunità internazionale. Stati Uniti e Israele cercarono con ogni mezzo di dissuadere Ban Ki-moon, ma il Segretario Generale dell’Onu non se la sentì di disertare l’appuntamento dei “non allineati”.

Al vertice conclusosi ieri hanno partecipato appena 19 ministri degli Esteri in rappresentanza di Corea del Nord, India, Burundi, Eritrea, Zimbabwe, Serbia, Qatar, Siria, Repubblica Dominicana, Bolivia, Ecuador, Algeria, Pakistan, Mauritania, Palestina, Kuwait, Iran e Cuba. E, tra i capi di Stato, hanno assistito Castro, Hassan Rohani e Correa. Insomma, ben poco per un Vertice di un organismo al quale aderiscono ben 120 paesi.

Certo, al sentir parlare dei “non allineati”, vengono subito alla mente tutt’altri personaggi della storia. Ad esempio, Tito e Nehru. Vengono anche in mente la “guerra fredda” e il tentativo di molte nazioni di spezzare le catene del bipolarismo, di mantenere una propria indipendenza al di fuori dei blocchi dominanti Usa-Urss, e di imporre un confronto diverso.

L’equazione Nord-Sud, oggi, è cambiata. L’Unione Sovietica è implosa frantumandosi in piccoli stati, la “guerra fredda” si è conclusa un quarto di secolo fa con la caduta del “Muro di Berlino”, e i Bric’s si propongono come le nuove potenze economiche internazionali capaci di erodere il potere di quelle tradizionali – leggasi Europa e Stati Uniti -. I “Paesi non allineati”, comunque, continuano a riunirsi e a presentare proposte per dare nuova linfa all’organismo che altrimenti sarebbe condannato a scomparire.

E’ indubbio che, piaccia o no, l’organizzazione di un evento come il “Vertice dei Non Allineati” abbia riportato benefici enormi al governo al quale ha offerto la possibilità di proiettare l’immagine del Paese a livello internazionale. E’ comprensibile anche la militarizzazione dell’isola, trasformata in bunker per la sicurezza degli ospiti illustri. Discutibili, invece, le manifestazioni parallele organizzate dal governo in un momento in cui l’austerity dovrebbe essere la parola d’ordine.

La propaganda ufficiale ha voluto mostrare un Paese che non esiste con un governo saldamente al potere. Ma non c’è nazione che non conosca la realtà venezuelana. Festival, vertici o “cumbres” non riusciranno mai a nascondere la crisi economica agli occhi esperti dei diplomatici e degli analisti.

Sceso il sipario sui “non allineati”, i venezuelani si ritrovano con gli stessi problemi della quotidianità: insicurezza, alto costo della vita, mancanza di generi alimentari e medicine e via di seguito. In questo contesto, il Tavolo dell’Unità continua a esigere al Consiglio Nazionale Elettorale celerità nelle decisioni. Insomma, nello stabilire una data per la raccolta del 20 per cento delle fime e regole definitive per la realizzazione del Referendum.

Tra l’incudine e il martello. Gli esponenti dell’eterogenea alleanza dell’Opposizione, oggi, si trovano a fare i conti con un organismo elettorale che temporeggia, un’opposizione radicale che esige azione – troppe volte dalla comodità del sofà e dalla tranquillità di una vita comoda all’estero, spera in un’insurrezione o in un bagno di sangue -, ed una maggioranza silenziosa pronta a firmare per deporre pacificamente, e percorrendo la via costituzionale, il presidente della Repubblica.

Il Tavolo dell’Unità non ha le armi per intraprendere un’insurrezione, le cui conseguenze sarebbero devastanti per il Paese, ma ha la forza del voto e la consapevolezza che ormai il governo del presidente Maduro è sostenuto da una minoranza.

Non sorprende che Opposizione e Governo cerchino la via del dialogo per una soluzione pacifica alla crisi istituzionale. Stupisce, semmai, la notizia di incontri clandestini e carbonari che danno la sensazione che si voglia nascondere qualcosa o che, col dialogo, si vogliano inseguire obiettivi inconfessabili, estranei a nuove elezioni presidenziali, al ritorno all’istituzionalità e all’equilibrio tra poteri.

In queste prove di dialogo, che alcuni hanno erroneamente interpretato come una manifestazione di debolezza del Tavolo dell’Unità, dovrebbe essere sempre presente la necessità di assicurare la sopravvivenza del “chavismo” come forza politica. Questa, infatti, assicurerebbe non solo l’alternabilità al potere ma anche, soprattutto, quell’equilibrio istituzionale che oggi manca al Paese e che giustifica l’esistenza del Tavolo dell’Unità, la sua lotta e la richiesta della realizzazione del Referendum revocatorio.