Usa 2016: nuova tegola su Trump, fece affari con l’Iran

Pubblicato il 03 ottobre 2016 da ansa

Republican presidential candidate  Donald Trump finishes his speech at Spooky Nook Sports Complex in Manhime, Pa., Saturday, Oct. 1, 2016. (James Robinson/PennLive.com via AP)

Republican presidential candidate Donald Trump finishes his speech at Spooky Nook Sports Complex in Manhime, Pa., Saturday, Oct. 1, 2016. (James Robinson/PennLive.com via AP)

WASHINGTON. – Donald Trump ha fatto affari non solo con Cuba ai tempi di Fidel Castro, violando l’embargo, ma anche con l’Iran. Con il lunedì arriva una nuova tegola per il candidato repubblicano, anzi due, e si prospetta così già durissima per Trump la settimana appena cominciata, in vista del secondo dibattito televisivo nella sfida con Hillary Clinton per la Casa Bianca, dopo la bufera scatenata dalle rivelazioni del New York Times sulla possibilita’ che il miliardario abbia evitato, legalmente, di pagare le imposte federali sul reddito per quasi due decenni.

Fino ad ora Donald Trump non aveva negato, adesso lo ammette: “Ho usato legalmente le leggi fiscali a mio vantaggio. E onestamente sono stato straordinario nel farlo”, ha detto durante un comizio in Colorado. Si tratta però di leggi “ingiuste” che “per fortuna io conosco bene”, ha detto affermando che aggiusterà il sistema, “io lavoro per voi ora, non per Donald Trump”, ha assicurato.

L’ipotesi che il tycoon abbia fatto affari con l’Iran soggetto a sanzioni da parte degli Usa emerge da un’altra inchiesta giornalistica – condotta dal Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi a cui aderiscono testate come il New York Times e il Guardian e che pubblicò i cosiddetti ‘Panama Papers’- secondo cui ha affittato ad una banca di Teheran un ufficio a New York dal 1998 al 2003, una banca nella ‘lista nera’ Usa delle istituzioni iraniane legate al terrorismo e al programma nucleare.

A quanto risulta il gruppo immobiliare di Trump ereditò come inquilino la Bank Melli, una delle più grandi banche controllate dallo Stato iraniano, quando acquistò il General Motors Building sulla Fifth Avenue. Nonostante il Dipartimento al Tesoro americano nel 1999 avesse inserito la banca nel gruppo delle istituzioni finanziarie da sanzionare, Trump continuò per anni ad affittare alla Bank Melli, che fu utilizzata da Teheran – è l’accusa mossa – per ottenere “materiali sensibili” per portare avanti il proprio programma nucleare.

Tra il 2002 e il 2006 poi, per le autorità Usa la Bank Melli fu usata per finanziare un’unità della Guardia Rivoluzionaria che avrebbe sponsorizzato diversi attacchi terroristici. Ma non basta: oggi è arrivato anche l’ordine di stop immediato alla raccolta fondi per la Trump Foundation emesso dal procuratore generale di New York, Eric Schneiderman, sulla base del fatto che l’organizzazione non è provvista del permesso richiesto dalle leggi dello Stato di New York per accettare donazioni, mentre è stata attiva nella raccolta fondi quest’anno a New York pur non essendo autorizzata.

L’attenzione sulla Fondazione Trump era stata portata dal Washington Post con la segnalazione che non aveva appunto mai ottenuto i certificati necessari nell’Empire State per raccogliere fondi da donatori esterni. E il fronte Clinton si frega le mani, forte anche del vantaggio nei sondaggi (l’ultimo rilevamento Cnn/Orc vede la vede in testa di cinque punti sul rivale): comizio dopo comizio, Hillary incalza sulle tasse di Trump, o sulle ‘non tasse’ per meglio dire, ergendosi lei invece a paladina della middle class.

In Ohio – stato chiave per la conquista della presidenza – non ha parlato d’altro: “Mentre noi lavoravamo duro, Trump non pagava le tasse”. Mentre scorre in tv un nuovo spot dal titolo ‘Arrogante’ e tutto dedicato alle rivelazioni del New York Times sulla storia fiscale del rivale. Intanto a Washington, si sa, Barack Obama è ormai il ‘supporter in chief’ di Clinton, e sulle tasse di Trump la Casa Bianca afferma che la vicenda mette in evidenza la necessità di una riforma fiscale che sia più giusta, proprio come quella da tempo proposta da Obama, il quale spera nel suo successore per continuare su questa strada.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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