Schiaffo agli Usa, Putin sospende accordo sul plutonio

Russian President Vladimir Putin (R) attends a military training exercise at the Donguz firing range in the Orenburg region, Russia, 19 September 2015. EPA/ALEXEI NIKOLSKY / RIA NOVOSTI
Russian President Vladimir Putin (R) attends a military training exercise at the Donguz firing range in the Orenburg region, Russia, 19 September 2015.  EPA/ALEXEI NIKOLSKY / RIA NOVOSTI
Russian President Vladimir Putin (R) attends a military training exercise at the Donguz firing range in the Orenburg region, Russia, 19 September 2015. EPA/ALEXEI NIKOLSKY / RIA NOVOSTI

MOSCA. – Tavoli diversi, stessa partita. Mosca alza la posta in gioco e applica pressione agli Usa, sempre più vicini al giorno delle elezioni e ad un inevitabile cambio di amministrazione. Così, mentre ad Aleppo continua ad infuriare la battaglia, Vladimir Putin firma un decreto con cui “sospende” l’accordo di smaltimento del plutonio ‘avanzato’ dalle testate nucleari destinato al disarmo, ovvero uno dei capisaldi del disgelo post guerra fredda. Russia e Usa sul punto in questione sono in realtà in disaccordo da anni e tutto si riduce sul metodo adottato per trattare il plutonio. Ma i tempi di questa scelta sanno senz’altro di ‘guerra diplomatica asimmetrica’.

In sintesi. Il trattato è stato firmato nel 2000 e prevede che le due superpotenze nucleari smaltiscano 34 tonnellate (a testa) di materiale radioattivo ‘bruciandolo’ nei reattori nucleari dopo averlo trasformato in apposito carburante attraverso una certa – costosissima – procedura. Gli Stati Uniti si sono impegnati a costruire il centro di Savannah River in South Carolina proprio per trattare il materiale ma i costi sono schizzati alle stelle e l’attuale amministrazione ha deciso di utilizzare un altro metodo per smaltire il plutonio, più economico, che però non è “irreversibile”.

Tale materiale, insomma, potrebbe tornare ad essere usato in futuro per scopi bellici e i russi contestano agli americani di violare così l’accordo. Ecco allora che, dopo anni di tira e molla, Putin ha deciso di tagliare la testa al toro e ha motivato la scelta citando un “cambiamento radicale delle circostanze, la minaccia verso la stabilità strategica, a causa delle attività di carattere ostile da parte degli Usa nei confronti della Russia”, finanche la necessità “di prendere misure urgenti per la difesa della sicurezza nazionale.

Toni pesanti, proprio nel giorno in cui il vice ministro degli Esteri Gennady Gatilov ha annunciato che in Siria tutti i contatti fra le forze militari russe e quelle americane “sono stati interrotti”. Il capo della diplomazia russa, Serghei Lavrov, è poi intervenuto per spiegare che la sospensione dell’accordo non è indirizzata “ad aggravare i rapporti con gli Usa”, ma ha pure spiegato che per Washington si tratta di un “monito”: non è possibile trattare con la Russia “da una posizione di forza”. Traduzione: occhio perché qui rischiamo di far saltare il tavolo.

Non a caso il Cremlino, nell’inviare alla Duma il disegno di legge sulla sospensione dell’accordo, lo ha rimpinzato di richieste ‘impossibili’ che paiono quasi una versione contemporanea della ‘lettera dei cosacchi al Sultano’ – ovvero la volgare e irriverente missiva che sarebbe stata inviata a Mehmet IV nel 17esimo secolo in risposta alle sue altezzose richieste, vero e proprio evergreen del nazionalismo russo.

Nel ddl si legge infatti che la Russia ripristinerà l’accordo se Washington cancellerà “la legge Magnitsky e tutte le sanzioni anti-russe”, “s’impegnerà a pagare compensazioni per i danni da esse provocate, incluso quelli generati dalle contro-sanzioni”, varate dalla stessa Russia, oltre che a ridurre “la presenza militare nei Paesi entrati a far parte della Nato dopo il primo settembre 2000”. Uno schiaffo, più che una reale offerta sulla quale montare una seria trattativa.

(di Mattia Bernardo Bagnoli/ANSA)

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