Loro, aggettivo e pronome possessivo: perché diciamo così?

Pubblicato il 10 ottobre 2016 da Luigi Casale

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Gli aggettivi possessivi trovano stretta corrispondenza con i pronomi personali. Per chi ha poca dimestichezza con la nomenclatura grammaticale precisiamo che i pronomi personali sono quei pronomi che accompagnano il verbo quando questo non ha un soggetto determinato: detto più brevemente, essi sono: io, tu, lui/lei; noi, voi, essi/esse; loro; e simili). E se si chiamano personali, non è perché essi si devono riferire necessariamente a persone umane, ma perché indicano la “persona verbale” intesa come categoria grammaticale; cioè le tre persone della coniugazione, singolare e plurale.

Le prime due persone (io, tu; noi voi) indicano che il verbo ha per soggetto o chi parla o chi ascolta. E queste, è molto più probabile che siano persone umane. Se però il verbo è in terza persona, il soggetto può essere, sì, una persona, ma il più delle volte è un soggetto di tutt’altro genere; e la lingua, in alcuni casi, si è attrezzata anche per questa distinzione (vedi i pronomi personali egli ed ella, contrapposti a esso ed essa).

Ma ritorniamo agli aggettivi (o pronomi) possessivi. Se una cosa appartiene a me, o a te, a noi o a voi, il parlante al posto del pronome personale può utilizzare l’aggettivo (o pronome) possessivo (mio, tuo, suo, nostro, vostro). Ma per indicare il possessivo di terza persona (appartenenza a qualche altro diverso da me, te, noi, o voi), se le terza persona è singolare si utilizzerà suo/sua; se invece è plurale, si usa “loro”, sia per il maschile che per il femminile.

Facciamo una veloce ricapitolazione: io, me; tu, te; egli, ella, lui, lei, esso, essa; noi; voi, sono pronomi personali. Sono invece aggettivi (o pronomi possessivi): mio, mia, miei, mie, tuo, tua, tuoi, tue, suo, sua, suoi, sue, nostro, nostra, nostri, nostre, vostro, vostra, vostri, vostre. E anche “loro”, per indicare l’appartenenza corrispondente alla terza persona plurale. Che cos’è “loro”? E come mai non ha tutte le forme per il singolare e per il plurale, per il maschile e per il femminile? Perché è indeclinabile? (Si dice così.)

Ed eccoci arrivati al fondo della questione. Nella lingua latina, quella che parlavano gli antichi Romani, e dalla quale poi è nata la lingua italiana, esisteva una parola: “illorum”. Non si scoraggino quelli che non hanno studiato il latino, perché possono capire senza difficoltà quanto sto per dire..

Illorum ( = genitivo plurale maschile del pronome dimostrativo ille, ella, illud) equivaleva a: “di quelli”. Il corrispondente femminile era illarum, e corrispondeva a “di quelle”. Ora dobbiamo supporre i parlanti abbiano preferito, nel caso delle terze persone, utilizzare la forma del dimostrativo (di quelli) e poi l’uso, nella sua evoluzione l’abbiano estesa anche al femminile.

Non vorrei dilungarmi oltre, ma dirò solo che nel caso delle terze persone i Romani distinguevano la proprietà di una terza persona, a seconda che l’appartenenza si riferiva al soggetto della frase oppure a persona diversa dal soggetto. Faccio un esempio: “La mamma dice a Maria di rassettare la sua camera”. Chiunque può notare che in questa frase il possessivo “sua” può creare qualche incertezza interpretativa.

Ebbene i Romani avevano l’espressione giusta per indicare il possessivo, se la camera era della mamma stessa oppure di Maria. Se il cavallo era del soldato romano o del suo avversario. E la stessa cosa valeva anche per il plurale.
Ed è proprio questo tipo di plurale del possessivo di terza persona (nel caso che l’appartenenza non si riferiva al soggetto della frase) che veniva espresso con illorum.

Da qui il nostro loro. Perciò non si accorda, e rimane indeclinabile. Perché è ancora sentito come un pronome dimostrativo e con questo valore viene usato come se fosse un aggettivo possessivo.

Luigi Casale

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Luigi Casale

Luigi Casale, insegnante in pensione e pubblicista. È nato nel 1943 a Torre Annunziata, alle falde del Vesuvio. Oggi, continuando a mantenere contatti affettivi e culturali con la Campania, vive tra Bressanone (Alto Adige) e Lussemburgo. Durante la sua carriera professionale, ha insegnato nei Licei dell’Alto Adige, nella Scuola Europea di Lussemburgo, e presso il Dipartimento d’italiano dell’Università di Clermont-Ferrand (Francia). Si occupa di didattica delle lingue classiche e di linguistica generale. Nel più ampio quadro delle questioni pedagogiche e sociali, su queste tematiche offrirà la sua collaborazione in questa rubrica.




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