Né referendum né “amministrative”. Venezuela, tra l’incudine e il martello

Pubblicato il 10 ottobre 2016 da Mauro Bafile

Senza che sia stato archiviato il Referendum per destituire il presidente della Repubblica, il dibattito politico si sposta ora sulle elezioni regionali. Trascurate per mesi, tornano alla ribalta. Manca solo una manciata di settimane ma il Consiglio Nazionale Elettorale tace. Le elezioni “amministrative”, assieme alle “presidenziali” e alle “parlamentari”, rappresentano un’autentica espressione di democrazia. Evitare l’appuntamento elettorale, sostiene il quotidiano spagnolo “El Paìs”, significherebbe ferire mortalmente il sistema democratico e permettere una deriva autoritaria.
Il Referendum revocatorio è tutt’altro che dimenticato. Il Tavolo dell’Unità, per il 12 Ottobre – “Dìa de la Raza” per alcuni, “Dìa de la Independencia Indígena”, per altri – organizza una ulteriore manifestazione di forza. Non si conoscono ancora i dettagli, ma come già dimostrato in occasioni precedenti, non vi sarà la volontà di provocare né di cadere in provocazioni, di alimentare la violenza né di permettere che altri attori la provochino, di dare un salto nel buio né che altri lo facciano. Insomma, sarà una manifestazione di forza sì, ma pacifica.
Nel frattempo, l’alleanza dell’Opposizione si prepara alla raccolta del 20 per cento delle firme di venezuelani iscritti nel registro elettorale. Cioè, di circa 4 milioni di cittadini. Il Tavolo dell’Unità, che non perde occasione per invitare i venezuelani a manifestare la propria volontà nelle giornate del 26, 27 e 28 ottobre, ritiene che con una buona preparazione logistica si possa raggiungere l’obiettivo nonostante che i 1.356 seggi elettorali e le 5.392 macchine scrutatrici appaiano insufficienti per permettere a tutti di esprimere la propria volontà.
Mentre l’Opposizione lavora per superare con successo la prossima sfida, il Consiglio Nazionale Elettorale mantiene il massimo ermetismo sulle elezioni amministrative. C’è già, tra le file del governo chi, come nel caso del deputato Pedro Carreño, insinua che non vi sono i fondi per affrontare le spese che esse comportano. Una giustificazione che in tanti ritengono priva di senso in quanto la Costituzione traccia con chiarezza le tappe elettorali, ad eccezione, ovviamente, dei referendum. Sono date improrogabili. Proprio per questo, come già accaduto in precedenza, l’organismo elettorale dovrebbe aver già previsto nel suo budget le spese che vanno affrontate per le amministrative. Forse le elezioni più importanti per un partito poiché permettono di eleggere i sindaci e governatori che i cittadini sentono più vicini. Nei territori è possibile stabilire un “filo diretto” con gli elettori. E queste elezioni rappresentano il primo gradino per arrivare a Miraflores e cioè alla Presidenza.
Stando agli esperti in materia, i Governatori e i Sindaci del partito di governo saprebbero di essere in debito con gli elettori e con la società. Avrebbero timore di affrontare un nuovo processo elettorale nel quale, correrebbero il rischio di essere bocciati. E’ lecito, quindi, che cerchino con ogni mezzo di evitare l’esame.
Ma, sempre stando agli esperti analisti in materia politica, sono anche tanti a chiedersi se l’Opposizione sarà in grado di affrontare la sfida; se è preparata a superare l’esame come lo è oggi per il Referendum. Insomma, se il Tavolo dell’Unità sarà capace di evitare l’implosione e disinnescare le mine rappresentate dalle ambizioni personali dei politici, dal desiderio dei partiti di imporre il proprio criterio e dalle differenze di interpretazione della realtà del Paese.
Mentre il mondo politico è immerso nella polemica, quello economico temporeggia. Attende. Il governo del presidente Maduro osserva con ottimismo e con un certo sollievo come i prezzi del greggio, dopo il pre-accordo raggiunto dai paesi dell’Opec, cominciano a risalire la china.
La scorsa settimana il barile di petrolio Opec è stato venduto a 48,58 dollari. E’ inimmaginabile pensare a prezzi simili a quelli del passato. Ai 100 dollari il barile, ad essere precisi. Ma il barile di greggio tra i 50 e 60 dollari sarebbe sufficiente per aiutare l’attuale amministrazione del presidente Maduro. Gli offrirebbe un salvagente per prendere una boccata d’ossigeno. Anche i paesi europei risentirebbero degli effetti dell’aumento dei prezzi del petrolio. A differenza delle nazioni latinoamericane, che lottano per controllare la spirale inflazionaria in costante e pericolosa crescita, quelle del vecchio continente devono fare i conti con la deflazione. Un incremento della bolletta energetica, forse, contribuirebbe a creare pressione sui prezzi.

Stando al Centro di Studi della Politica per l’Energia Globale dell’Università di Columbia, negli Stati Uniti, la riduzione degli introiti percepiti da Pdvsa, la holding petrolifera venezuelana, non è stato solo il risultato della crisi dei prezzi ma anche, forse soprattutto, dell’inefficienza e della mancanza di ammodernamento dell’industria. Questo ha provocato una riduzione nella produzione e, quindi, problemi di liquidità al governo che si è indebitato oltre ogni limite. Oggi le fonti dove attingere prestiti sono sempre meno. Anche la Cina sembrerebbe propensa se non a chiudere i rubinetti, almeno a un maggior controllo e, soprattutto, ad ancorare i prestiti a progetti concreti nell’ambito petrolifero che è, poi, il più redditizio.
La carenza di valuta, quindi, ha provocato una “reazione a catena”. Sembrerebbe come il cane che si morde la coda. Non avendo dollari sufficienti, il governo, che gestisce il controllo dei cambi, non è in condizione di assegnare valuta per le importazioni di materie prime indispensabili alla produzione industriale. E, quindi, per soddisfare le esigenze della società almeno in parte, come accadeva in passato. E neanche per acquistare petrolio “leggero” che permette di rendere commerciabile il “pesante” che si estrae nel Paese.
Ad aggravare il panorama vi sono le scadenze internazionali. Ovvero, il pagamento degli interessi e del capitale del debito. Il mancato pagamento potrebbe provocare la dichiarazione di default con le conseguenze che tutti conosciamo. Il governo, come scrisse Ricardo Hausman mesi fa nel portale “Proyect Sindicate”, si troverebbe tra l’incudine e il martello: soddisfare le necessità del paese, ed evitare esplosioni sociali, e non pagare né interessi né capitale del debito estero con la conseguente chiusura del credito internazionale o, al contrario, rispettare le scadenze con i creditori e rischiare un’esplosione sociale.
Mauro Bafile

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