Ozio e negozio

Pubblicato il 24 ottobre 2016 da Luigi Casale

ozio

Nell’antica Roma ozio (otium) e negozio (negotium) erano due realtà antitetiche. Come si vede dalla stessa struttura morfologica delle due parole latine, la seconda deriva dalla prima: il negotium è, infatti, la negazione dell’otium, in quanto anche nella forma (nec-otium) è un non-ozio. Il loro referente però corrisponde alle più nobili e qualificate attività che impegnavano l’uomo libero con diritto di cittadinanza: il civis romanus.

L’otium è l’attività dello spirito: riflettere, studiare, scrivere opere letterarie. Mentre il negotium è l’attività pratica: la politica (per la classe dei senatori); gli affari (per quella dei cavalieri).

Le parole ozio e negozio pur essendosi conservate, nei più di duemila anni trascorsi, quasi identiche alla forma originaria (otium, negotium), il loro significato oggi non corrisponde esattamente a quello che esse avevano per i Romani; o forse, vi corrisponde solo minimamente. Anzi direi quasi che, per certi versi, il significato delle parole moderne è addirittura opposto a quello delle corrispondenti parole antiche.

Se oggi traducessimo le parole latine “otium et negotium” semplicemente con le italiane “ozio e negozio”, avremmo un’alta probabilità – direi: quasi la certezza – di sbagliare, senza comprenderne per ciò il vero senso. Rischieremmo così di dire tutt’altra cosa, diversa da ciò che intendevano dire gli antichi.

Eppure le parole, fatte salve le piccole differenze grafiche e fonetiche, sono praticamente le stesse: e come tali sono state sempre usate nella loro continuità storica. Questo è l’effetto di quel fenomeno semantico (dovuto al comportamento dei parlanti e all’uso delle parole) che si chiama scivolamento di significato.

Nella concezione degli antichi, in otium e negotium non c’è per niente l’idea del lavoro, così come lo concepiamo oggi. I nomi del lavoro erano: opus (azione), opera (attività), labor (sforzo), fatigatio (stanchezza), officium (dovere, impegno o impiego), munus (incarico); nonostante le diverse sfumature di significato, tutti questi aspetti legati al lavorare non sono sufficienti a definire il lavoro così come è concepito (organizzato, strutturato, normato) oggi presso i moderni. Dalla storia, poi, apprendiamo che nell’antichità vigeva la schiavitù, il sistema servile che impregnava e condizionava le relazioni sociali e i rapporti economici. Ma qui non mi dilungo.

Tornando al significato delle parole, noi oggi diciamo: “L’ozio è il padre dei vizi”. Il Romano, per ciò che le parole significavano, avrebbe dovuto dire: “L’ozio è il padre della virtù (da “vir” = uomo)”. Infatti, l’otium permetteva all’uomo libero di esprimere le più alte qualità morali, insieme al prodotto dell’intelletto. Eppure otium e ozio, sia in latino che in italiano, significano entrambi la stessa cosa, cioè “non fare niente”.

Flora - Stabiae

Flora – Stabiae

E poiché il “non fare niente” degli antichi era il privilegio degli ordines, cioè la classe senatoria e l’ordine equestre: la nobiltà politica e intellettuale, quando non svolgevano le comuni occupazioni quotidiane della vita pratica: la politica, le relazioni sociali, e meno che meno la fatica fisica – ricordiamoci che parliamo dell’uomo libero; abbiamo già detto che vigeva la schiavitù – se, liberatosi per breve tempo anche delle preoccupazioni della casa e della famiglia, voleva dedicarsi alla riflessione scientifica e filosofica o a scrivere opere letterarie, si diceva che “facesse ozio”, assecondando in tal modo il suo benessere spirituale e morale.

Tutt’altra cosa l’ozio dell’uomo moderno: accidia, noia, perditempo. Di positivo nell’ozio moderno credo non ci sia proprio niente. A meno che non si intenda parlare dell’attività del poeta e del filosofo: in questo caso, però, si ritornerebbe proprio all’otium degli antichi.

Negotium, poi, per il Romano è attività: il contrario dell’ozio, la negazione dell’ozio (come ho detto: “nec-otium”), ma nel senso che, preso dalle normali occupazioni della giornata, non si aveva tempo e disponibilità di seguire i propri studi. Era negotium, infatti, fare il militare sia in guerra che in pace, occuparsi delle cose dello Stato, seguire gli affari, ecc..

E qui, ci rendiamo conto che in italiano il negozio è tutt’altra cosa.

Certo, siamo ancora vicini al significato degli antichi; però più che l’attività in sé, per noi indica il luogo dove essa si svolge.

Solo nel linguaggio giuridico il termine negozio recupera l’antico significato.

Stabiae- Villa d'ozio

Stabiae- Villa d’ozio

Ora sì che si comprende il senso della definizione “Ville d’ozio” attribuita ai complessi architettonici degli scavi archeologici di Stabiae, in Campania.

La definizione è giusta, nella sua indeterminatezza. Essa diviene chiara ed inequivocabile per tutti (trasparente), solo se teniamo presente quello che abbiamo detto a proposito dell’otium dei Romani.

La villa è una casa di campagna, una fattoria agricola, un centro produttivo, e resta comunque una residenza signorile. Nello stesso tempo essa per il proprietario diviene la sede delle vacanze e del riposo, dove, lontano dai traffici cittadini, può, più tranquillamente, dedicarsi ai suoi studi. Un centro di studi e di rappresentanza, oltre che fattoria agricola come centro di produzione e di trasformazione di generi alimentari da conservare o da commerciare; una specie di istituto di ricerca e di documentazione.

Oplontis- la Villa di Poppea

Oplontis- la Villa di Poppea

Basti pensare alla Villa dei Papiri di Ercolano, alla Villa di Poppea ad Oplontis, alla Villa dei Misteri di Pompei, nonché alle già nominate Ville d’ozio di Stabiae.

Luigi Casale

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Luigi Casale

Luigi Casale, insegnante in pensione e pubblicista. È nato nel 1943 a Torre Annunziata, alle falde del Vesuvio. Oggi, continuando a mantenere contatti affettivi e culturali con la Campania, vive tra Bressanone (Alto Adige) e Lussemburgo. Durante la sua carriera professionale, ha insegnato nei Licei dell’Alto Adige, nella Scuola Europea di Lussemburgo, e presso il Dipartimento d’italiano dell’Università di Clermont-Ferrand (Francia). Si occupa di didattica delle lingue classiche e di linguistica generale. Nel più ampio quadro delle questioni pedagogiche e sociali, su queste tematiche offrirà la sua collaborazione in questa rubrica.




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