Trump, sì al muro con il Messico e no alla sanità per tutti

WASHINGTON. – “Il Messico ci risarcirà”. E’ con i consueti tweet della mattina che Donald Trump, il presidente eletto degli Stati Uniti, replica e attacca, ma di fatto conferma, le indiscrezioni di stampa secondo cui per mantenere la sua promessa di massima sicurezza alla frontiera tra gli Stati Uniti e il Messico alla fine probabilmente saranno soltanto i contribuenti americani a pagare.

E intanto The Donald ‘non molla’ e mantiene la linea dura anche sul ‘braccio di ferro’ con l’intelligence circa la presunta attività di hacker russi sul voto americano ”è una caccia alle streghe politica ordita dai miei avversari contro di me”, dice al New York Times e nemmeno il briefing degli 007 lo convince: “nessun effetto sul voto!”, scrive in una dichiarazione, riconoscendo però che Mosca e anche Pechino hanno forse tentato di attaccare, ma senza riuscirci, il sito del partito repubblicano.

E’ in questo clima che il Congresso, riunito in seduta comune, ha certificato che Donald Trump sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti, e che il suo vice sarà Mike Pence. Trump e Pence si insedieranno il 20 gennaio nella tradizionale cerimonia ufficiale a Washington per il giuramento che metterà fine alla transizione cominciata con le migliori intenzioni ma sfociata in una ‘battaglia’ tra due visioni del mondo, la sua e quella del suo predecessore Barack Obama.

E allora Trump, fino alla fine, punta il dito contro gli avversari che vogliono a suo avviso screditare la sua vittoria. Lo fa rifiutando di dare credito all’inchiesta che Obama ha voluto conclusa e con i risultai sul suo tavolo prima che lasciasse la Casa Bianca per fare chiarezza sulla presunta interferenza di Mosca nel processo elettorale.

I vertici dell’intelligence si dicono certi della ‘mano russa’ e le prove dovrebbero essere nero su bianco nel rapporto classificato su cui sono andati ad informare il presidente eletto alla Trump Tower. Un incontro “costruttivo” dice Trump ma insiste: “nessuna influenza sul voto”, perchè le macchine elettroniche per votare non sono state colpite. Come a dire “ho vinto io. E adesso si cambia”.

Allora la promessa di rompere con il passato passa anche per usi consolidati, come le nomine degli ambasciatori: il presidente eletto avrebbe chiesto agli ambasciatori ‘politici’ nominati da Obama di lasciare l’incarico entro il 20 gennaio, senza eccezioni. Le precedenti amministrazioni avevano invece garantito, caso per caso, estensioni degli incarichi per settimane o anche mesi, un passaggio in alcune circostanze ritenuto utile per non creare vuoti inopportuni.

E dato che si deve voltare pagina così brutalmente, si attrezza anche l’amministrazione uscente che, in vista dell’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca mette la sua legacy nero su bianco. Su incarico di Obama, i responsabili di ministeri e agenzie hanno affidato a inconsueti ‘Cabinet Exit Memos’ sfide e conquiste degli otto anni a Washington.

Il segretario di Stato John Kerry, l’ambasciatrice all’Onu Samantha Power, i responsabili dei ministeri economici, dell’ambiente e della giustizia, hanno rovesciato sulla squadra di Trump e sul pubblico americano valanghe di carta sottolineando i punti di forza dell’era Obama, dall’accordo sul nucleare iraniano alla ripresa dei rapporti con Cuba, dall’intesa sul clima alla ‘bestia nera’ della futura amministrazione repubblicana: la copertura sanitaria per tutti.

La pubblicazione degli ‘Exit Memos’, è inconsueta per un cambio di Amministrazione e conferma la distanza ideologica tra quel che è stato e quello che verrà. Non manca però chi nell’entourage di Obama teme che possano in realtà offrire a Trump e al Congresso a guida repubblicana una ‘road map’ per come smantellarle in quattro e quattr’otto.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)