La crescita dell’Eurozona scavalca gli Usa, ma ora è rebus Bce

ROMA. – Come in una rivincita che spazza via mesi di ‘fake news’ che la vorrebbero eterna Cenerentola dell’economia, l’Eurozona chiude il 2016 con una crescita superiore a quella degli Usa: è la la prima volta dal 2008, e l’inflazione prossima al 2% fa dimenticare i timori di deflazione.

Ma i numeri pubblicati da Eurostat, oltre alla benzina per l’amministrazione Trump che ha dato il via alla sua offensiva contro l’export europeo, forniscono un bel dilemma a Mario Draghi. Perché rischiano di avvicinare la normalizzazione della politica monetaria cogliendo alcuni Paesi decisamente impreparati: se Germania, Francia e Spagna corrono sia sul versante della crescita che dell’inflazione, l’Italia è il caso più eclatante di un Sud d’Europa ancora molto debole: preoccupa, anche per l’impatto sui conti pubblici, la prospettiva di una stretta al quantitative easing.

Secondo l’ufficio statistico l’economia dei Paesi dell’euro ha chiuso il 2016 in gran forma, con una crescita dell’intero anno dell’1,7% – sui massimi di un decennio – dopo un quarto trimestre balzato dello 0,5%. Una crescita che per la prima volta in nove anni, da quel 2008 segnato dall’implosione di Lehman Brothers che aprì a una recessione dolorosissima, supera gli Stati Uniti, fermi nel 2016 a +1,6%: di fatto la smentita della narrazione che vuole un’Eurozona la cui crescita è prigioniera dell’austerity tedesca.

Crescono infatti non solo la Germania, che va verso un +1,9% nel 2016 fatto anche di investimenti e consumi e spesa pubblica, a dispetto di tante critiche per la sua vocazione all’export. Ma anche la Francia nonostante la crisi politica, il terrorismo, i problemi strutturali, con un Pil in accelerazione dello 0,4% nel trimestre al traino di consumi e investimenti. E la Spagna, +0,7% nel trimestre. Tassi di crescita che appaiono distanti visti dall’Italia, che stima un +0,2% per il quarto trimestre e secondo Bankitalia va verso un +0,9% nell’intero 2016.

La disoccupazione, poi, sembra quasi segnare platealmente un bivio, con strade opposte prese dai Paesi più forti e quelli ancora in difficoltà: in Italia risale al 12%, in Germania scende più del previsto al 5,9%, sui minimi record. Nell’Eurozona scende al 9,6%, ai minimi, appunto, dal 2009, archiviando il decennio post-Lehman.

Un divario ancora più preoccupante se si guarda all’inflazione, la cui assenza in Europa (fino a far parlare del rischio di deflazione) ha finora giustificato il quantitative easing, l’acquisto massiccio di titoli di Stato da parte della Bce. In Spagna i prezzi volano del 3% a gennaio, ai massimi di oltre quattro anni. La Germania viaggia ormai all’1,9%, l’Eurozona presa complessivamente sale all’1,8%. Siamo a un passo dalla soglia per la stabilità dei prezzi che è nel mandato della Bce, “vicina ma inferiore al 2%”. Se non fosse che Italia, il più grande di un nucleo di Paesi ancora in difficoltà sulle banche, sul debito, sulle ragioni strutturali, il 2016 si è chiuso in deflazione ‘tecnica’ (-0,1% medio) e dicembre è fermo allo 0,4%.

La Germania è già in pressing sul quantitative easing di Draghi, gli analisti parlano ormai del ‘tapering’, il ridimensionamento progressivo degli acquisti di debito che Draghi è attentissimo a non nominare perché evoca la sfortunata operazione che costrinse la Fed a una marcia indietro. La Bce da aprile rallenterà gli acquisti di titoli a 60 miliardi di euro al mese dagli 80 attuali, ma mantiene l’impegno a restare attiva almeno per tutto l’anno.

Draghi ha detto di voler vedere un “sostenuto aggiustamento dell’inflazione” prima di imboccare l’exit strategy. A ragion veduta: l’aumento dell’inflazione risente di fatto di un importante effetto-denominatore (risente di una comparazione dei prezzi con quelli, particolarmente deboli, di un anno fa) e l’inflazione ‘core’ è ancora ferma allo 0,9%. ma la discussione è cominciata, e da giugno in poi tutto potrebbe essere rimesso in discussione.

Non è una buona notizia per l’Italia, che non solo ha una crescita debole e un’inflazione debolissima, ma soprattutto è al limite sul fronte dei conti pubblici e da anni non riesce a tagliare il debito. Gli interventi della Bce hanno fatto via via crollare il tasso medio sui titoli di Stato italiani da oltre il 3% allo 0,8% in tre anni. E ogni punto percentuale che verrà riguadagnato con il ‘tapering’ costa all’Italia qualcosa come 23 miliardi sul bilancio: una situazione che in molti considerano insidiosa, con uno spread in rialzo da settimane e oggi a 185 (la Spagna è a 115) e i timori per la tenuta dell’Eurozona rinfocolati dalle elezioni in arrivo: soprattutto in Francia, ma nessuno esclude del tutto anche in Italia.

(di Domenico Conti/ANSA)

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