Saga della rivalità tra Inter e Juve: derby d’Italia, derby delle polemiche

Pubblicato il 09 febbraio 2017 da ansa

Il rigore negato a Ronaldo nel 1998

ROMA. – Lo chiamano il Derby d’Italia ma, negli ultimi 50 anni, più che una partita di calcio, si è spesso trasformata in una rivalità senza fine. Tra scudetti vinti o persi all’ultima giornata, sgambetti e le immancabili sviste arbitrali, fino ai veleni di calciopoli, Juventus-Inter non è una partita banale, qualsiasi, nè lo sarà mai.

E’ la storia di una rivalità che parte da lontano, da quando il calcio era ancora in bianco e nero, ma che con gli anni si è trasformata in contesa accesa, antagonismo feroce, scontro violento. Con una deriva: un tempo l’Avvocato e Peppino Prisco si prendevano in giro, giocando di fioretto, fra una battuta ironica e un messaggio in codice, da un po’ di tempo i loro eredi usano la sciabola e spesso sono invettive che trasudano rancore.

Se i rapporti si sono deteriorati, dopo il rigore negato a Ronaldo nel 1998 da Ceccarini, per poi diventare incandescenti con lo scudetto di calciopoli assegnato da Guido Rossi all’Inter, la rivalità nasce negli anni ’30 quando l’Ambrosiana tenta senza riuscirci di opporsi al quinquennio di scudetti juventini.

Il Rubicone tra rivalità e astio si oltrepassa nel 1961: vittoria a tavolino all’Inter per un match sospeso per invasione di campo, ma la Figc è presieduta da Umberto Agnelli e la Caf ordinano la ripetizione. Moratti senior manda allora la squadra Primavera con l’imberbe Mazzola e la Juve vince 9-1, con sei gol di Sivori. La ferita non si risana più, ci sono le sfide tra la grande Inter di Helenio Herrera e la Juve operaria di Heriberto Herrera.

Si sommano anche sgarbi di mercato con Anastasi che va alla Juve dopo avere indossato in amichevole la maglia nerazzurra e, al contrario, Bobo-gol Boninsegna prende la strada di Torino. Il vulcano riposa 30 anni salvo una scossa nel 1983: il pullman dell’Inter viene preso a mattonate vicino al comunale, Marini viene ferito, il 3-3 in campo trasformato in 0-2 a tavolino.

L’esplosione vera arriva il 26 aprile 1998: Inter e Juve si giocano lo scudetto, a Torino gol di Del Piero, poi Iuliano stende Ronaldo e Ceccarini fa proseguire salvo decretare un rigore nell’azione successiva alla Juve che Del Piero sbaglia.

L’incendio divampa e nel 2002 furibondi sono gli juventini per un pari di Vieri al 95′, dopo un fallo su Buffon. E’ la stagione del tracollo del 5 maggio e delle lacrime di Ronaldo per lo scudetto sfumato a beneficio della Juve, che se lo cuce addosso sul filo di lana.

Nel 2005 l’Inter vince a Torino, ma De Santis non vede uno scambio di colpi proibiti tra Cordoba e Ibra, che viene sanzionato con la prova tv. Lo Juve di Capello vince comunque lo scudetto che poi viene assegnato all’Inter che si aggiudica la Supercoppa: a recriminare sono stavolta i bianconeri per un gol regolare annullato a Trezeguet.

L’Inter di Mancini domina un campionato senza la Juve che quando ritorna in A batte i nerazzurri a San Siro, ma il vantaggio di Camoranesi è in fuorigioco. Arriva Mourinho e dedica il primo sfogo arbitrale a Saccani dopo un gol del bianconero Felipe Melo in offside, insulti razzisti a Balotelli e un turno a porte chiuse.

Dopo il triplete, arriva Conte e la Juve rastrella scudetti, ma deve incassare nel 2012 un 3-1 in casa dall’Inter nonostante gli errori di Tagliavento pro-Juve. Il resto è storia recente, con partite spesso finite a calcioni, rigurgiti di veleni e Agnelli che ogni tanto stuzzica i nerazzurri sullo scudetto di Guido Rossi.

Il big match di domenica scorsa allo Stadium, dopo il finale convulso, ha riacceso le polveri, tirando in ballo tecnologia, filmati inediti e le immancabili polemiche: “Sono imbarazzato, in Italia manca la cultura della sconfitta”, la stilettata di Marotta alle parole di Moratti (“L’arbitro non è stato benevolo nei confronti dell’Inter”) e John Elkann che ci ha messo sopra il carico da undici: “Anche se abituata, l’Inter non sa perdere”.

Come dire che i 90′ allo Stadium o a S.Siro non sono altro ormai che il fischio d’inizio di una partita destinata a non finire mai e che il leggendario Prisco avrebbe colorato con una battuta delle sue: “Quando do la mano a un milanista dopo me la lavo, se la do a uno juventino controllo se ce l’ho ancora”.

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