In Venezuela si muore di denutrizione

La società venezuelana, oramai non sembra ci siano più dubbi, corre lungo due binari paralleli. In superficie, viaggiano i problemi della politica che in apparenza, e pare solo in apparenza, preoccupano la stragrande maggioranza dei venezuelani; poi ad un livello più profondo si muove la crisi economica, che ormai ha assunto proporzioni e caratteristiche da catastrofe umanitaria con profonde ripercussioni sulla psiche dei venezuelani, un tempo persone affabili e cordiali ed oggi aggressive e irascibili.
Le elezioni amministrative si allontanano sempre più. Non solo è evidente che non si realizzeranno nel corso del primo semestre dell’anno ma è poco probabile che il Consiglio Nazionale Elettorale le indica nel corso del secondo. D’altronde, Tania D’Amico, la Direttrice dell’organismo elettorale, è stata molto chiara: le elezioni, che si sarebbero dovute svolgere a dicembre dello scorso anno, sono state sospese, “ad kalendas graecas”. E non si faranno se non dopo aver permesso a tutti i partiti di regolarizzare la propria posizione nel Cne iscrivendosi in un registro “ad hoc”. Una condizione, “sine qua non”, per partecipare a qualunque futuro processo elettorale. Le regole del gioco imposte dal Cne, considerate draconiane e impossibili da rispettare, hanno fatto insorgere tutti i partiti. Per la prima volta, simpatizzanti del governo e movimenti d’opposizione si sono trovati d’accordo: l’asticella posta dall’organismo elettorale – leggasi, 14 ore per raccogliere lo 0,5 per cento delle firme delle liste elettorali in 12 Stati del Paese – se non impossibile è assai difficile da raggiungere. In particolare, per la stragrande maggioranza dei partiti che costituiscono, oggi, il macondo politico venezuelano. Se il Consiglio Nazionale Elettorale non tornerà sui suoi passi, tanti dei 59 partiti che devono legalizzare la propria posizione scompariranno dalla scena. Ne risentiranno ovviamente la dialettica politica e il sistema democratico. Già lo storico Partito Comunista Venezolano ha reso noto che preferisce restare nel limbo dell’illegalità piuttosto che sottomettersi ad un “tour de force” inaccettabile e non manca chi sostiene che si vogliono riprodurre le condizioni che hanno portato al trionfo del comandante Daniel Ortega in Nicaragua.

Anche il “Tavolo dell’Unità Democratica” che riunisce la maggioranza dei partiti di opposizione, ed avendo partecipato alle elezioni parlamentari non ha alcun bisogno di legittimare la propria posizione, non è del tutto tranquillo. E’ in attesa della sentenza della Corte che, se dovesse ritenerlo responsabile di una presunta frode elettorale nello Stato Amazonas, potrebbe dichiararlo “fuori legge”. Se così fosse, per il Psuv non avrebbe avversari nelle prossime elezioni se non qualche movimento politico minore. Insomma, il minimo indispensabile per dare una parvenza di democrazia.
Il “Tavolo dell’Unità Democratica” attraversa una crisi di credibilità. Come più volte scritto, l’eterogenea coalizione è priva di un programma organico, di obiettivi precisi e di un regolamento accettato da ogni sua componente che ne limiti le pretese e le ambizioni individuali. Per il momento, è in balia dei movimenti meno numerosi, meno importanti ma, purtroppo, anche più chiassosi e radicali che ne condizionano le decisioni. L’errore, se di errore si può parlare, di insistere sul referendum revocatorio invece di puntare alle elezioni amministrative è stato necessario per evitare che aspirazioni personali potessero rompere l’unità dell’Opposizione. Ma ora lo scenario è diverso. Dopo il silenzio del Cne rispetto alle amministrative e dopo la decisione di archiviarle fino a nuovo avviso, obbliga il “Tavolo dell’Unità Democratica”, se non vorrà scomparire, a stabilire regole del gioco ben chiare, strategie a medio e lungo termine ed un programma ben definito. E chi non vorrà accettarle dovrà essere lasciato in condizione di intraprendere il proprio cammino. La ristrutturazione della coalizione non può che avere questo obiettivo.
Nell’ambito sociale, il governo continua a negare l’esistenza di una crisi umanitaria che è sul punto di trasformarsi in vera e propria catastrofe. Non è solo la mancanza di medicine e di generi alimentari. E’ il fenomeno della denutrizione, che sta provocando la morte di adolescenti e bambini. Ad esso, che cresce a macchia d’olio, deve sommarsi il riemergere di malattie endemiche che sembravano oramai scomparse. E’ il caso della malaria, della tubercolosi, della difterite e della poliomielite. Tutte malattie, queste, che erano state sradicate grazie alle politiche dei governi che hanno preceduto i 20 anni di “chavismo”.

Preoccupa le Ong che si dedicano allo studio della qualità di vita del Paese, la denutrizione che ha portato alla morte già oltre 50 bambini nella sola “Goajira” (area indigena nello stato Zulia) e i casi di avvelenamento a causa di alimenti contaminati venduti da “bachaqueros” (venditori ambulanti) a prezzi eccessivi.
Il governo, di fronte alla tragedia quotidiana dei venezuelani, pare incapace di reagire, di assumere le proprie responsabilità, e di disegnare politiche capaci di riportare il paese lungo il sentiero della crescita. In cambio, insiste nell’attribuire ogni male ad una presunta guerra economica condotta dalla “destra capitalista e imperialista”.
Mauro Bafile