Bersani: “Fermatevi”. Ultimi appelli, ma scissione in vista

Pubblicato il 16 febbraio 2017 da ansa

Scintille Pd:Bersani,Renzi rottami Italicum e voto sì

ROMA. – Il Pd ormai cammina su una linea di faglia sulla quale domenica, salvo ripensamenti dell’ultima ora, si scatenerà il terremoto: nelle ultime ore si moltiplicano gli appelli ma nessuno si sposta dalla proprie convinzioni e più che appelli sembra partito il gioco del cerino. L’ultimo incontro tra Lorenzo Guerini e Pier Luigi Bersani con la proposta renziana di un confronto programmatico nei tempi del congresso è stata respinta al mittente dall’ex segretario che chiede al leader dem e ai suoi di “fermarsi” e di non “stravolgere il Pd per le velleità di una persona sola”.

Matteo Renzi, al Nazareno, ha incontrato tutti gli esponenti della maggioranza, da Piero Fassino a Maurizio Martina. Ma alla luce del fallito incontro tra Guerini e Bersani, l’impressione al vertice Pd è che la minoranza abbia tratto il dado della scissione con la motivazione giudicata “incomprensibile” sui tempi del congresso da rinviare a dopo le amministrative con l’unico scopo di logorare il leader dem e poi chiedere le dimissioni.

Altro che “questione di date e lana caprina”, ribatte a brutto muso Bersani, che nella minoranza viene descritto come il più rassegnato, rispetto a Michele Emiliano e a Roberto Speranza, sul fatto che ormai non ci sia più nulla da fare. E che, con la road map di un congresso entro aprile, Renzi abbia deciso “di mettere una spada di Damocle sul governo Gentiloni e di trasformare il congresso in un’immediata e rapida conta”.

Domani il segretario lancerà un ultimo appello per cercare di evitare uno strappo che farà male a tutti. Ma, osservano i renziani con toni più o meno dialoganti, il “grido” di Bersani è “paradossale perchè Renzi si è già fermato aprendo il congresso, che ancora Rossi e Emiliano chiedono sui loro siti, mentre la minoranza va verso la scissione”.

Certo Dario Franceschini e Andrea Orlando avrebbero preferito che, pur di evitare la scissione, il leader si spingesse a concedere qualche mese in più per il congresso. “Dalla maggioranza ieri e oggi sono arrivati segnali importanti. È fondamentale che ne arrivino da subito anche dalla minoranza”, osserva il Guardasigilli alludendo alla sua proposta di un confronto programmatico, condiviso anche da Martina e Zingaretti, da fare in avvio di fase congressuale ma respinto come un bluff dalla minoranza.

“Il 4 dicembre è caduto un impero. È finita l’epoca della rottamazione: ora è il momento di costruire. E Renzi è la persona meno adatta per ricostruire il Paese”, sentenzia lapidario Michele Emiliano. Come dice Beppe Fioroni, ormai per tenere unito il Pd “serve l’attack”.

E la scissione viene data a tal punto per scontata che nel Pd ci si interroga se, dopo l’uscita della minoranza, avrà ancora senso fare il congresso. E se ci saranno candidati, non di facciata, pronti a sfidare Renzi.

Non ha intenzione, almeno per ora, di unire la sua strada a quella del Pd Giuliano Pisapia. L’ex sindaco di Milano, che sta costruendo il suo Campo Progressista, ha incontrato ieri il segretario Pd e, a quanto si apprende, avrebbe chiarito di voler tenersi per ora le mani libere.

“Campo Progressista prosegue in piena autonomia il lavoro”, ha spiegato Pisapia oggi su Facebook aggiungendo di auspicare uno sforzo “per ritrovare valori comuni prima delle ragioni di divisione” nei due campi di battaglia del fine settimana: il congresso di Si a Rimini e l’assemblea del Pd a Roma.

(di Cristina Ferrulli/ANSA)

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