Wikileaks: con Umbrage traballa la teoria degli hacker russi

ANSA/MAURIZIO GAMBARINI
ANSA/MAURIZIO GAMBARINI

MOSCA. – Il filone ‘narrativo’ dei famigerati hacker russi potrebbe essere consegnato al passato. Nei Cia-files rivelati da WikiLeaks c’è infatti un’unità – l’Umbrage – a quanto pare incaricata di “raccogliere e gestire” un folto numero di “tecniche d’attacco” sottratte in altri paesi, tra cui la “Federazione Russa”. Grazie al loro lavoro, la Cia sarebbe in grado di ‘depistare’ il lavoro degli inquirenti lasciando “false impronte”. Detto in parole povere: facendo ricadere la colpa su entità terze, magari ‘nemiche’.

A sollevare questa ipotesi – ovvero la ‘false flag’, l’unicorno di ogni complottista che si rispetti – è senza mezzi termini Kim Dotcom, l’eclettico cyberimprenditore di origini finnico-tedesche fondatore di popolari servizi (al limite della pirateria) come Megaupload e Mega. Uno che di codici se ne intende e che ha accusato gli Usa di aver violato il suo portatile per rubare le sue password.

“La Cia – ha scritto su Twitter – usa tecniche capaci di far sembrare i cyber-attacchi come partiti da paesi nemici: questo trasforma le accuse della Cia alla Russia sull’hackeraggio dei Democratici in spazzatura”. Kim in inglese usa il termine ‘joke’ – scherzo – ma il senso è ben più pesante.

Ora, il controverso uomo d’affari sta affrontando un processo di estradizione negli Usa (ora si trova in Nuova Zelanda) e potrebbe avere il dente avvelenato con gli Stati Uniti. Ma il dubbio ormai è seminato. E non a caso si sta diffondendo in Russia. RT – network plurilingue affiliato al Cremlino – ha subito ripreso il capitolo dedicato a Umbrage ‘spingendolo’ sui social network.

Russia Insider, sito in lingua inglese fondato da expat, anche americani, per controbattere la copertura mediatica sulla Russia, considerata “inaccurata e zeppa di pregiudizi”, ha poi pubblicato un post in cui sottolinea come l’hackeraggio ai danni dei democratici potrebbe essere stato condotto “dalla Cia stessa”. La teoria delle “impronte digitali” che conducevano in Russia è dunque “senza senso”. “Lo sapevano tutti – conclude – ma ora abbiamo le prove”.

Le autorità russe, almeno al momento, non hanno voluto commentare le ultime rivelazioni dell’organizzazione di Julian Assange.

(di Mattia Bernardo Bagnoli/ANSA)