Il Saluto

Pubblicato il 09 marzo 2017 da Giancarla Marchi

 

Dedico questa rubrica specialmente a coloro che imparano ed insegnano la lingua italiana in Venezuela. Perché ho scelto il titolo “L’italiano in chiave italica” e non “in chiave venezuelana” o “italo-venezuelana”? Perché l’orizzonte italico supera i confini geografici ed i limiti imposti da una particolare cittadinanza e lingua. Siccome la sua natura comporta modelli linguistici multilingue, quando questi modelli convivono con la lingua italiana vanno spesso oltre la norma e producono forme suscettibili di subire trasformazioni provenienti, appunto, dall’italicità che caratterizza un gran numero di persone molto diverso da quello degli autoctoni odierni nella penisola i cui modelli linguistici sono intrisi di italianità.

Perciò, in questa sezione tratterò argomenti generali legati alla lingua italiana dal punto di vista della didattica e dell’apprendimento, riflettendo di volta in volta sulla differenza tra uso e norma soprattutto quando il caso è specifico per gli italici in Venezuela i quali dominano lo spagnolo in primis, ma molti anche un’altra lingua, e posseggono una conoscenza variabile dell’italiano contemporaneo per svariati motivi; lo insegnano o vogliono, appunto, apprenderlo.

Questa volta mi soffermo su un argomento apparentemente semplice: le forme di saluto. Semplice sì ma non scontato. Le formule di saluto si usano all’inizio e alla fine di una conversazione per presentarsi e/o per congedarsi e rispondono a diversi gradi di formalità, a diversi contesti o momenti della giornata. La lingua italiana possiede molte espressioni di saluto usate con particolari funzioni, in contesti diversi e secondo il grado di formalità come cercherò di spiegare in seguito.

Durante la giornata e in modo più o meno formale, a secondo del tono usato, utilizziamo “buongiorno”, “buonasera” e “buonanotte”. Per chi impara l’italiano in Venezuela, queste tre forme di saluto non presentano grosse difficoltà quando si traducono allo spagnolo, ma non tutte sono equivalenti in significato e perciò alcune incertezze sorgono quando non si è sicuri di quale scegliere.

In Italia, decidere in un contesto abbastanza formale se scegliere tra “buongiorno” o “buonasera” dipende abitualmente non soltanto da regione a regione ma anche, secondo me, dalla luce naturale nel corso della giornata, soprattutto quella pomeridiana. Nel tropico le ore di luce non subiscono grande variabilità ma nella penisola dipendono dal fuso orario e le stagioni.

In Italia, un “buongiorno” serve da quando inizia la giornata (non importa il grado di luminosità) fino alla luce delle prime ore del pomeriggio, di solito in autunno-inverno, per poi passare al “buonasera” ma può allungarsi in estate fino a pomeriggio inoltrato, specialmente a sud.

La norma, però, prevede il cambio a “buonasera” generalmente dalle 17 in poi … e se c’è ancora un bel sole a quell’ora? Oppure, se c’è già buio alle 16? Ecco che, a questo punto, fa capolino un dubbio per chi sta imparando la lingua e subentra la riflessione sul significato della parola “sera” e la differenza tra “sera” e “pomeriggio”.

Per un allievo di madre lingua spagnola, sarebbe molto più semplice adottare un “buon pomeriggio” (il buenastardes spagnolo) dalle 13 fino alle 18. Tuttavia, “buon pomeriggio” in Italia viene ancora usato più come una formula di augurio che di saluto quando ci si incontra.

Si sente in radio e Tv per iniziare un programma “in allegria” oppure lo si legge nei social media, perfetti nidi per la trasformazione linguistica. Ecco che, davanti al dubbio propongo di salutare con un neutro “Salve”, espressione augurale che proviene dal latino e che significava “salute a te”.

La norma lo colloca come saluto piuttosto informale e il suo utilizzo si sta espandendo nella penisola appunto perché manca un termine di media formalità, serve come ponte per le ore pomeridiane tra il “buongiorno” ed il “buonasera” e ha pure il proposito di arginare i registri regionali o le interferenze sempre più inevitabili da altre culture quando il saluto è formale: si dà il caso che “buon pomeriggio” si stia espandendo in Italia con la valenza che ha in spagnolo.

Anche “buonanotte” che nella sua accezione di saluto viene usato soltanto per congedarsi o prima di andare a dormire, può indurre un parlante di spagnolo a crearsi confusione perché il suo buenas noches conserva la doppia valenza tanto di incontro quanto di congedo. Accanto al “buonasera”, può star bene un semplice “salve” ma con un tono rispettoso quando ci si trova in una situazione poco familiare.

D’ altra parte, i giovani – che hanno contribuito ad abbassare il livello di formalità nelle relazioni personali- tendono a sdramatizzare e riducono tutto, pure il “salve”, ad un bel “ciao” per incontrarsi e congedarsi. Provate ad entrare in un negozio di abbigliamento, non soltanto giovanile. Non importa l’ora e molto meno l’età del cliente: vi riceveranno con un bel “ciao”. E può andar bene, ma non troppo se il cliente preferisce l’uso del “lei”! … forma che tuttora viene rispettata nell’ italiano standard. Ma questo argomento, lo tratterò in un’altra occasione.

Torniamo a “ciao”. E una parola di origine veneziana che significava “schiavo” con il senso di “sono il tuo schiavo” ed è una formula di saluto amichevole divenuta così internazionale che molti parlanti di spagnolo ignorano la sua identità italiana e pensano sia iberica. Si stupiscono che si utilizzi per apertura e chiusura di conversazione perché il loro chao, riconosciuto dalla RAE, è diventata una formula di saluto esclusivamente per il commiato.

Altre formule di saluto per congedarsi in ordine di formalità sono: arrivederLA (formale), arrivederci, a risentirci, ti saluto, ci si vede (informale) e addio. “Addio” che in origine voleva dire “Ti affido a Dio” viene pressoché utilizzata con valenza tradizionale per congedarsi in Toscana ma il suo significato oggigiorno esprime che non ci si vedrà presto o riporta alla lingua colta della letteratura.

Per un parlante di spagnolo, il suo hasta luego in italiano è “arrivederci” o “a risentirci” ma non può essere “a dopo”, che in italiano esprime una chiusura di conversazione con qualcuno che si vedrà a breve ma che tradotto allo spagnolo significa proprio hasta luego (hasta despuès).

Finisco qui sapendo magari che ci sono altri tipi di saluto molto più colloquiali ma che lascio al lettore come compito di ricerca! Il corretto saluto non va mai sottovalutato e il mio suggerimento per chi impara la lingua italiana è quello di capire in una apertura di conversazione chi è la persona che si ha di fronte per poi adottare la miglior formula di saluto. Mai ammutolirsi o peggio ancora togliere il saluto, altrimenti… buonanotte!

Giancarla Marchi

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Giancarla Marchi

Ha insegnato alla Universidad Simon Bolivar inglese tecnico-scientifico e psicologia per l’apprendimento delle lingue straniere e nel 1992 ha fondato la Cattedra di Italiano e Cultura Italiana, disimpegnando diverse attività mirate alla diffusione della lingua e cultura italiane dentro e fuori l’ateneo. Ha svolto incarichi amministrativi quali Coordinatrice del Master in Linguistica Applicata e Capo Dipartimento di Lingue. La sua ricerca e relative pubblicazioni sono state sviluppate nell’ ambito della comprensione della lettura, la didattica e i motivi per i quali si studia l’ italiano in Venezuela. Collabora con la Società Dante Alighieri in Maracay e l’ IIC di Caracas.




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