Il governo chiede la fiducia sul decreto legge penale

Andrea Orlando ministro della giustizia ANSA / MATTEO BAZZI
Andrea Orlando ministro della giustizia
ANSA / MATTEO BAZZI

ROMA. – Il Guardasigilli Andrea Orlando riesce a tirar fuori dalle secche del Senato la riforma del processo penale (era stata approvata alla Camera nel settembre 2015 e in commissione Giustizia del Senato il 1 agosto 2016) e a rimetterla al centro del dibattito politico ottenendo il voto di fiducia per domani (e l’immediato voto finale) ma la polemica anche nella maggioranza non si placa, con il ministro Enrico Costa (Ncd) che ribadisce il suo “no” al testo e alle norme sulla prescrizione che “allungano a dismisura i processi”.

E perplessi sono anche i senatori del “Movimento Democratici e progressisti”. Annunciano in Aula, come fa Nerina Dirindin, che voteranno la fiducia al provvedimento, ma chiedono che “almeno in sede di decreti delegati” le cose migliorino, a cominciare dalla norma che rischia di rimettere in discussione il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari prevedendo la destinazione alle “Residenze di Esecuzione delle Misure di Sicurezza” (REMS) delle persone riconosciute inferme al momento della commissione del reato.

Mentre altri, come Felice Casson (Mdp), uno dei relatori della riforma, avvertono che non voteranno il testo perché “mediocre”, “non risolve i problemi” e ha “solo la funzione di essere la bandierina per il ministro della Giustizia”.

Anche il gruppo di Ncd parla di “testo migliorabile”, ma dopo una breve riunione, decide che “tutto sommato”, dirà sì alla fiducia perché “il provvedimento comunque dei passi avanti li ha fatti rispetto alla versione della Camera”. I termini per la prescrizione ad esempio, sottolinea la sottosegretaria alla Giustizia, Federica Chiavaroli (Ncd), “siamo riusciti a farli passare da 3 anni a 18 mesi ed è già qualcosa”.

Nella riforma si prevede infatti che dopo la sentenza di condanna in primo grado il termine di prescrizione resti sospeso fino al deposito della sentenza di appello, e comunque non oltre 18 mesi. Stesso tempo per la condanna in appello. Netta invece la contrarietà di FI (l’indicazione del gruppo è di votare contro anche se alcuni assicurano che usciranno dall’Aula”), della Lega, di Cor-Di e del M5S.

“Ma non preoccupatevi – spiega un senatore di Ala ai cronisti – nessuno anche su un provvedimento così mediocre metterà in difficoltà il governo. Ricordatevi che si deve arrivare al 2018…”. E, in attesa che domani l’Aula si esprima sulla fiducia, a complicare le cose è la commissione Bilancio che dà un parere condizionato sull’emendamento del governo che punta a ridurre e uniformare la spesa delle intercettazioni. Chiede in sostanza che, trattandosi di una delega, il decreto interministeriale che si dovrà fare e che conterrà previsioni di spesa dovrà ripassare alla Bilancio per un parere.

Sulle prime nel Pd si discute “perché non sta scritto da nessuna parte che un atto amministrativo debba passare all’esame del Parlamento”. Poi si sospendono i lavori della commissione e si cerca un’intesa, con il capogruppo Luigi Zanda che arriva in commissione e incontra a quattr’occhi il presidente della commissione Bilancio Giorgio Tonini. Mentre molti nella maggioranza parlano di “un problema politico”, di “un braccio di ferro tra renziani e orlandiani”. Alla fine la commissione Giustizia decide di non recepire il parere.

E una “ricomposizione” si troverà solo per il maxiemendamento (il testo uscito dalla commissione sul quale il governo chiede la fiducia) che deve passare comunque il vaglio della Bilancio. Questa, infatti, insiste: il parere sul decreto interministeriale dovrà essere dato, “ma il governo – come sottolinea in Aula il viceministro dell’Economia Enrico Morando – potrà anche non tenerne conto…”.

(di Anna Laura Bussa/ANSA)

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